Spesso prevalgono le pratiche politiche

Il 24 e 25 Marzo sono previste le elezioni per il rinnovo delle rappresentanze universitarie.

Il solito frenetico meccanismo delle campagne elettorali si è messo in moto già da qualche giorno ed anche quest’anno, come in passato, grossi fermenti lo accompagnano.

Grandi manovre anche all’ ex-Monastero dei Benedettini, dove i candidati di Lettere e Filosofia e Lingue e Letterature Straniere si apprestano a dar battaglia per un pugno di voti.

Siamo andati a trovare qualcuno che conosce bene la politica e l’università: il preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, prof. Antonio Pioletti.

Ecco i punti su cui si è incentrata la nostra chiacchierata:

Preside Pioletti, alla vigilia delle prossime elezioni universitarie, quali ricordi personali le suscita l’atmosfera che si respira in questi giorni nella nostra Facoltà?

“Beh, diciamo che la mia esperienza universitaria ha vissuto essenzialmente due fasi distinte.

Ad una prima fase in cui frequentavo luoghi d’incontro e riunioni delle sinistre giovanili, fece seguito una seconda segnata dall’impeto dei movimenti sessantottini. Si passò dalla rappresentanza partitica del “parlamentino” universitario ad una realtà di “democrazia diretta” espressa da assemblee, manifestazioni, collettivi e gruppi di studio”.

S’instaurarono, quindi, nuove forme di partecipazione: l’assemblea era sovrana, era lì che si decideva e ci si confrontava, i protagonisti erano gli studenti stessi e si era detto no alla delega”.

Che cosa pensa delle dinamiche che accompagnano le elezioni universitarie oggi?

“Le elezioni universitarie rappresentano, certamente, un momento di democrazia. Mi pare però che non ci sia una grande partecipazione degli studenti probabilmente dovuta a fattori diversi.

L’impressione che ho è che non sempre i rappresentanti mantengano un rapporto vero con quello che è il corpo elettorale e che rispetto ai problemi di una singola Facoltà o di un singolo Corso di Laurea, non ci sia un reale raccordo tra le parti.

Un secondo aspetto che riscontro è il verificarsi, tra i candidati, di forme di clonazione di un certo modo di fare politica…”.

Quindi lei ritiene che i rappresentanti studenteschi non sempre siano spinti da motivazioni profonde e che magari vedono l’esperienza politica universitaria come un trampolino per fare carriera?

“Vede, nella mia esperienza di Preside ho avuto la possibilità di conoscerne parecchi e ho notato, alle volte, “pratiche politiche” e manovre non sempre finalizzate alla genuina e diretta rappresentanza degli interessi degli studenti. E come se studiassero in previsione futura. Vi è un eccessivo inserimento di pratiche politiche mutuate dal tipo di schieramenti partitici che esistono all’interno della società e che però non trovano un riscontro vero con quella che è la realtà variegata del mondo giovanile”.

Ma quanto contano realmente i rappresentanti degli studenti nelle decisioni della Facoltà?

“Devo essere sincero, ho avuto negli anni esperienze abbastanza positive apprezzando il grande senso di collaborazione con proposte e critiche che ho sempre preso in considerazione. Però, in realtà, analizzandole nel lungo periodo queste rappresentanze raramente hanno esercitato un peso ed un rilievo significativi.

Ma vede ciò che conta non è la rappresentanza di per sé, ma come viene vissuta. Penso ci siano due modi di viverla. Uno strettamente burocratico-amministrativo, che però non deve in assoluto prescindere dall’altro. E’, infatti, fondamentale per il rappresentante rendersi conto di essere un portavoce che deve quindi ascoltare, dialogare ed essere parte integrante del corpo elettorale, impegnandosi a trovare forme varie per dar voce alle sue esigenze”.

Riccardo Marra e Giorgio Pennisi


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