Assessorato regionale alla Salute

Sanità, nuova emergenza liste d’attesa: niente budget per le prestazioni aggiuntive

È un problema annoso della sanità siciliana, aggravato dalla pandemia e mai realmente risolto, nonostante gli sforzi degli operatori del settore. Quello delle liste d’attesa negli ospedali pubblici è tornato al centro dell’attenzione dopo i rilievi della Corte dei Conti sulla libera professione intramuraria. Secondo la magistratura contabile, infatti, in Sicilia ci sarebbe un rapporto critico tra attività privata e istituzionale, motivo per cui l’assessorato alla Salute regionale starebbe ipotizzando di sospendere temporaneamente l’intramoenia per cercare di smaltire le liste d’attesa. Una possibilità che allarma il settore, già alle prese con il taglio dei fondi statali per le prestazioni aggiuntive in Sicilia.

Cimo: «Scelta punitiva per i medici»

«Ancora una volta si rischia di trasformare i medici nel bersaglio di criticità che hanno, invece, radici profonde: insufficienza di personale, sistemi di prenotazione inefficienti, carenze organizzative e mancata programmazione sanitaria – dichiara Giuseppe Bonsignore presidente regionale Cimo-Fesmed Sicilia -. Le osservazioni della Corte dei Conti confermano che servono interventi strutturali e organizzativi, non misure punitive contro i medici. Bloccare o comprimere ulteriormente l’intramoenia significherebbe accelerare la fuga dei professionisti dal sistema pubblico verso il privato. Aggravando ulteriormente le difficoltà del Servizio sanitario regionale e aumentando le disuguaglianze nell’accesso alle cure». Un tema, quello dell’intramoenia, che entra in una fase decisiva: spetterà all’assessorato alla Salute e ai vertici delle aziende sanitarie scegliere come intervenire. E renderla una vera priorità politica.

Lo stop alle prestazioni aggiuntive in Sicilia

Il 28 febbraio sono finiti i fondi statali per le prestazioni aggiuntive, che hanno permesso di portare avanti l’attività ambulatoriale e gestire le liste d’attesa. Di conseguenza, da due mesi la situazione sta rapidamente tornando al punto di partenza. Delle soluzioni strutturali esisterebbero, ma non vengono messe in atto dalla Regione Siciliana: «Non sappiamo che fine abbiano fatto questi soldi. Cioè i famosi 60 milioni previsti per il triennio 2025-2027 che abbiamo utilizzato solo da ottobre al 28 febbraio – rivela Bonsignore a Meridionews -. Dopodiché lo stop, quindi si stanno nuovamente allungando i tempi d’attesa».

Nonostante le novità positive sul bilancio generale dell’Isola, chiarisce il sindacalista Cimo, la Sicilia resta una regione canaglia: in piano di rientro sanitario, senza la possibilità di coprire i buchi. Una follia che l’ex asessora Daniela Faraoni avrebbe deciso di risolvere «convocando tutti i direttori generali e avvertendoli che avrebbe operato un taglio lineare di 11 milioni di euro per tutte le aziende sanitarie siciliane – continua il presidente regionale Cimo-Fesmed Sicilia -. Non ci ha spiegato la motivazione e supponiamo che sia per coprire il buco di bilancio. Ma non si può fare economia prendendo soldi destinati alle prestazioni aggiuntive, che servono ad abbattere le liste d’attesa».

La mancanza di personale

L’impressione è che non si voglia ammettere quale sia il vero ostacolo che impedisce l’abbattimento delle liste d’attesa, cioè la mancanza di personale. La Regione ha bandito diversi concorsi nell’ultimo anno, ma spesso ci sono scarse adesioni. «Due anni fa all’ospedale Villa Sofia di Palermo abbiamo fatto un concorso per la radiologia ma, alla fine, hanno accettato il posto soltanto un quarto delle persone che hanno vinto – riferisce Bonsignore -. Gli altri hanno preferito orientarsi verso il privato, in cui non si fanno le notti, non c’è la reperibilità per i festivi e si guadagna il doppio».

«Le nuove generazioni di medici mostrano una maggiore attenzione all’equilibrio tra vita privata e lavoro – sottolinea ancora il sindacalista -. Non sono più come noi che avevamo il desiderio di entrare in ospedale, con grandi sacrifici e rinunce». A questo bisogna aggiungere anche i nodi centrali della sicurezza in corsia e dei carichi di lavoro eccessivi. Situazioni a cui i giovani di oggi, comprensibilmente, non vogliono più sottostare. «Sono aumentate le esigenze e servono immancabilmente più medici in ospedale – conclude Bonsignore -. Anche per questo non possiamo andare ad incidere sulla loro attività intramoenia. Abbiamo il timore che i pochi giovani rimasti nel settore pubblico decidano, a questo punto, di mollarci».


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