Shellac + Uzeda: il ‘rumore’ come concetto

Li avevamo lasciati su palco estivo di Fuori Corso proprio un anno fa, acclamati dalla folla studentesca – e non, immersi nel magnifico scenario dell’ex monastero dei Benedettini. Ieri gli Uzeda hanno fatto ritorno sulla scena catanese con un concerto d’eccezione accanto ad ospiti d’eccezione: quegli Shellac il cui deus ex machina è lo stesso Steve Albini che nella sua storia di produttore e musicista ha guardato negli occhi Cobain, ha dato vita al superbo “Surfer Rosa” dei Pixies, ha impennato il volume dei dischi di PJ Harvey e, per l’appunto, ha partecipato a creare, in veste di producer, il suono folgorante degli Uzeda. Shellac + Uzeda ovvero due modi di fare noise rock, ovvero due falò accecanti di quella energia elettrica a dir il vero persasi un po’ tra le ibridazioni elettroniche, le suite dolciamare del post-rock e tra le tendenze “slow” di molta fetta dell’indie odierno. Shellac + Uzeda ovvero uno spettacolo strappa fiato, una lunga cavalcata di potenza,  un vero e proprio manuale di come si possa spremere all’infinito la classica polpa del rock (chitarre, basso e batteria) e cavarne fuori il massimo.

 

Ma partiamo con ordine. I primi a salire sul palco dei Mercati Generali sono i catanesi guidati da Agostino Tilotta e da Giovanna Cacciola. Sulle loro spalle ‘pesano’ i ben otto anni di pausa dopo il loro ultimo disco nonché capolavoro assoluto “Different section wires” (1998). Ma poco importa perché ci mettono poco, pochissimo ad alzare le frequenze e partire. Oltre alle celebri Well Paid, Stomp, Steel man sulle loro possenti corde sgomitano tutti i brani del nuovo disco “Stella” in uscita il prossimo Settembre sempre per la mitica etichetta ‘Touch and go’. Ciò che immediatamente è balzato agli occhi e alle orecchie di tutti è che le taglienti trame di chitarre distorte; quel interpretare il noise come una valvola visionaria e, comunque, come una questione assolutamente metabolica, fisica, personale; quella rabbia mai fine a se stessa – ben valorizzata dal compianto John Peel nelle sue famose “session” – sono ancora gli ingredienti principali della band catanese. Giovanna sembra non poter mai perdere il suo smalto. Dal ’87 a oggi le sue capacità vocali sono ancor più personalizzate ed anche la presenza sul palco non fa una piega. Come diavolo fa a contenere una tale rabbia in un corpicino come il suo?

 

Poi è la volta di quel guru di Steve Albini. Sarebbe impossibile parlare di tutte le sue produzioni, sarebbe difficile anche solo immaginare il rock degli ultimi ventenni senza un personaggio come lui. E ai suoi Shellac concepiti un po’ come il suo sfizio, il suo contributo all’hardcore di fine secolo. E dopo aver ricevuto il testimone dagli amici Uzeda, il trio di Chicago ha sfoderato una prestazione di impressionante qualità. Il suono scartavetrato, secco, possente. Il ritmo sempre molto in palla e sempre simbolo di forza, violenza espressiva, eccentricità punk. Anche per loro la forza del ‘rumore’ è quella più spontanea e primordiale. Gli effetti dissonanti, le stridule gracchiate della sei corde di Albini e le rullate ‘bestiali’ di Trainer, sono, infatti, gli elementi del noise come concetto, come ispirazione e come istinto.

Le bordate grintose di basso e batteria, i riff violenti e sinuosi e anche il pubblico che lì, dietro alle transenne, mescolava il proprio sudore con le urla degli enormi amplificatori, sono stati i protagonisti di un quadro che ha partecipato a rinfrescare, ancora per una volta, l’impatto, la fragranza e la genuinità di un rock fatto coi muscoli, col cervello e con trasporto.


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