Scienze Politiche, dalla parte di Dominique

‹‹I ragazzi prendono buoni voti se lo fanno ridere. Le ragazze se lo assecondano››. È la voce che gira tra gli studenti di nuovo ordinamento che hanno fatto esami con il prof. Rossitto, docente di Economia della facoltà di Scienze Politiche di Catania indagato dalla Procura dopo la denuncia di una studentessa: buoni voti in cambio di prestazioni sessuali, questa l’accusa.

Ora altre cinque ragazze si sono fatte avanti. Sono andate da un avvocato civilista, Filippa Di Marzo, a raccontare la propria storia «per chiedere che sia fatta giustizia sul piano disciplinare». Si pentono di non averlo fatto prima, ma dicono che la paura di «minacce da possibili stalker» è stata più forte. Gran parte dei professori della facoltà – tra cui il neo-preside Barone e i prof. Priulla e Piazza – tengono a precisare: «Noi ci siamo e non le lasceremo sole».

Nel nuovo plesso della facoltà di Scienze Politiche, in via Gravina, si commentano ancora le frasi dell’intervista del prof. Rossitto al giornale “La Sicilia”: «C’eravamo dati appuntamento in un bar per un caffè e poi lei mi ha detto che la notte precedente non aveva dormito… che aveva un desiderio… io ho preso una stanza… la ragazza là ha iniziato a fare discorsi strani: “cosa ho o non ho in cambio?”. Sono stato un po’ cretino e un po’ maschilista… ». Una versione che rimpolpa quella data alle Iene e pubblicata anche su “Il Fatto Quotidiano” («Eravamo lì per prendere un registro») all’uscita del motel nel quale il prof era con Dominique.

«Certo, perché ora si affittano i comodini degli alberghi per custodire i registri», commenta Giusy, una ragazza che non ha fatto esami con Rossitto ma segue il caso con interesse. Una risata fragorosa rompe la tensione tra gli studenti. Qualcuno ora sostiene che da alcuni anni la presunta condotta scorretta del professore fosse stata già denunciata, sia pure in forma anonima. «Perché non risulta essere mai stato preso un provvedimento di controllo da parte dell’Università per appurare questi fatti?», si domanda Carlotta.

Nell’aula di Diritto privato i commenti vertono sull’interpretazione giuridica delle parziali ammissioni di Rossitto: «il professore sostiene che è stato adescato dalla studentessa. Ma anche se fosse stato così, un uomo della sua età e posizione non può non sapere che certe cose, come andare con una studentessa in un albergo, non si fanno». Si potrebbe arrivare a chiamarlo «abuso di ufficio?» si domanda Carlotta. «Intanto il Consiglio di Facoltà dovrebbe sospendere il docente fino ad accertamento dei fatti…», afferma la prof. Zanghì.

Netta la posizione del prof. Piazza, in linea con molti altri colleghi (e soprattutto colleghe). ‹‹Chi attua certi abusi di potere, soprattutto se a sfondo sessuale – qualora fosse accertato – o certe mancanze deontologiche, non ha diritto a svolgere una funzione così importante e delicata come quella di docente universitario». Allo stesso modo la pensano gli studenti. E molti riflettono sull’articolo di Tony Zermo, che per primo ha dato la notizia tendendo a priori a colpevolizzare la studentessa. «Scattano certi meccanismi di scontro culturale tra chi tende a giustificare determinati comportamenti (perché inquadra i rapporti ‘potente-sottoposto’ in un certo modo) e chi è contrario a certe interpretazioni per non permettere che si ribaltino i ruoli di ‘vittima’ e ‘carnefice’ nel momento in cui la prima riesce a ribellarsi e a scardinare l’abuso››.

Gli studenti stanno muovendosi firmando una petizione per l’allontanamento del docente. Ma c’è anche chi non ha gradito il titolo con cui “Il Fatto Quotidiano” ha presentato la notizia: «Laurearsi a Catania». Una studentessa di Scienze Politiche ha lanciato una raccolta di firme tra quanti si sono sentiti offesi da un titolo considerato «fortemente etichettante» e «lesivo della dignità dello studente»: Secondo quanto si legge nella lettera, «è sostanzialmente riprovevole che un giornale italiano, del calibro de “Il Fatto Quotidiano”, titoli una notizia in modo da etichettare un gruppo sociale quale quello di ‘studenti e laureati dell’Università di Catania’. Nella fattispecie il titolo “Laurearsi a Catania” a cosa vuole alludere? Ci sembra che un titolo del genere, da interpretare per forza di cose con significato estensivo, sia un oltraggio per tutti coloro – professori e studenti – che si svegliano la mattina e vanno all’Università di Catania per fare bene il proprio lavoro. Ce ne fosse anche solo uno su dieci, dobbiamo lottare per quell’uno. Noi studenti dell’Ateneo catanese, in quanto tali, non vogliamo stare in silenzio e subire un’etichetta che ci taccia come tutti uguali e che non distingue ‘il bene dal male’, quando tra noi invece in molti propugniamo i valori dello studio e della dignità umana contro i non valori. Chiediamo rettifica del titolo dell’articolo con pubbliche scuse da parte del giornale».


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