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Disoccupazione, una proposta dal basso per la Regione Siciliana: «Assistere costa più che assumere»

«Territori Zero Disoccupazione: una proposta politica per la Regione Siciliana». Un titolo che contiene già tutto: un progetto «solido, trasversale e sostenibile», conti e dati alla mano, pronto per essere adottato dai partiti. È il documento del movimento Pattoxrestare – circa 60 realtà siciliane tra associazioni, cooperative e sindacati -, presentato a Petralia Sottana, nel Palermitano. Uno dei territori periferici a cui guarda il movimento, nato un paio d’anni fa al festival Questa è la mia terra e io la difendo. E poi sviluppatosi in laboratori sparsi per l’Isola sul tema dell’emigrazione e del ritorno, spesso a partire dall’esperienza personale dei promotori. Parte di quei «quasi 350mila giovani laureati under 35 che hanno lasciato il Mezzogiorno», in oltre vent’anni. «Una situazione destinata ad aggravarsi, anche con il cambiamento climatico – spiegano a MeridioNews – e a cui non si può rispondere solo con il volontariato o la generica formazione».

Cos’è l’esperimento Territori Zero Disoccupazione

L’analisi parte dalla classica definizione di domanda e offerta. Da una parte ci sono le mancanze evidenti: servizi, manodopera in alcuni settori, abitanti in zone quasi deserte. Dall’altra chi avrebbe voglia e competenze per costruire la propria vita in Sicilia – o tornarci -, ma non è messo nelle condizioni di farlo con dignità. Lo sforzo della politica dovrebbe essere quello di creare strumenti capaci di fare incontrare queste due realtà. In una «connessione economicamente sostenibile», sottolineano dal movimento. Nessuna invenzione necessaria. Come spesso capita, basterebbe copiare. In questo caso dai vicini francesi, con una sperimentazione in dieci territori siciliani: «Assunzioni con contratto a tempo indeterminato, in un’impresa dell’economia sociale, per svolgere attività utili che il mercato privato non produce spontaneamente». In Francia, dal 2016, il modello è attivo in 83 territori, con oltre 4mila persone assunte.

La domanda: settori tra carenze e opportunità

Niente burocrazia da centri per l’impiego, né incentivi alle aziende o redditi di cittadinanza. E nemmeno lavori socialmente utili. Ma vero «lavoro che esiste e aspetta di essere organizzato», spiegano i promotori. Indicando le aree di intervento immediate. Come la cura delle persone fragili: in una regione con la più alta percentuale d’Italia di disabilità riconosciute e, al contempo, un’assistenza domiciliare insufficiente. Un settore del più ampio welfare sociale: assistenti sociali, centri diurni, mediazione familiare, supporto ai minori in difficoltà. Servizi per cui la Sicilia spende la metà delle altre regioni italiane, pur avendo più richiedenti.

C’è poi il tema della mobilità, con 73 Comuni – tra Madonie, Nebrodi e Sicani -a rischio isolamento. A cui farebbero comodo dei servizi di trasporto di prossimità: dalle navette all’accompagnamento su richiesta, passando per la condivisione dell’auto. E, infine, il tema della cultura con cui si può anche mangiare: in una regione con il maggior numero di siti Unesco d’Italia, spesso abbandonati a se stessi, senza personale. E a volte circondati da aree verde e sentieri nell’incuria.

L’offerta: tra disoccupazione, instabilità e insoddisfazione

«Le persone capaci di rispondere a questi bisogni ci sono – analizzano dal comitato -, ma non trovano le condizioni per costruire un progetto di vita stabile in Sicilia». Una regione con oltre la metà dei cittadini dai 20 ai 64 anni disoccupata (16 punti sotto la media nazionale) e il doppio del resto d’Italia di persone che un lavoro neanche lo cercano più né si formano per trovarlo. E le donne: più istruite in percentuale, eppure meno occupate. Senza dimenticare chi un lavoro ce l’ha, ma insoddisfacente. Part-time per oltre il 40 per cento dei dipendenti siciliani (spesso del settore pubblico), che diventa il 60 per cento nelle lavoratrici. Sottopagato, con circa 500 euro in meno della media nazionale. E instabile: con solo il 16 per cento di nuove assunzioni a tempo indeterminato. «C’è chi lavora ed è comunque povero – riassumono da Pattoxrestare -. Una forma di esclusione mascherata».

Basta formazione, a mancare è il mercato

La soluzione, per il comitato, è cambiare approccio nelle politiche attive del lavoro: non più formare persone sperando che il mercato le assuma. Ma ammettere che, semmai, si è fin troppo formati e senza mercato. Che va creato, organizzato e, almeno all’inizio, sostenuto con un apposito fondo. Come hanno fatto Belgio e Austria, iniziando in Francia nel 2016: dove ci si è accorti che mantenere le persone che non lavorano costa di più che finanziarne l’assunzione. Il modello si è andato definendo negli attori pubblici, tipo di imprese sociali e fondi necessari. La partecipazione statale rimane di circa 1000 euro al mese per persona: con un risparmio, in media, di 400 euro rispetto al costo sociale della disoccupazione per persona ogni mese. In Italia, un tentativo di replica avviene a Roma, nei quartieri Corviale e Tor Bella Monaca, al momento in fase di studio delle necessità con associazioni e cittadini.

Le prospettive in Sicilia

La proposta di Pattoxrestare contro la disoccupazione muove da queste esperienze fuori dalla regione, ma con dati e conti calati nella realtà siciliana. Proponendo un progetto concreto per l’Isola, con tanto di cronoprogramma: «Legge entro il 2027, prime assunzioni entro 2028». In numeri: «Coinvolgere tra le 1.500 e le 3mila persone in 10 territori, con un avvio progressivo» e obiettivo al 2030. Pronti anche i conti sotto il profilo economico: ogni persona costerebbe all’anno dai 20 ai 24mila euro. Ammortizzati, in media, con 20 milioni di finanziamenti europei, 10 milioni di sussidi passivi risparmiati, 5 milioni di entrate fiscali e previdenziali generate. Il costo netto per la Regione Siciliana, indicato nella proposta, sarebbe da 3 a 15 milioni negli anni, a fronte del costo sociale della disoccupazione stimato tra 24 e 57 milioni di euro annui. «Si tratta di spendere meno dell’1 per cento del bilancio regionale annuale – sottolineano dal comitato -. Un investimento, insomma, e non una spesa».


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