Processo infanticidio Elena Del Pozzo: «Il giorno in cui è nata la bimba, ci fu una lite in ospedale per il riconoscimento»

«Il giorno in cui è nata Elena ho capito che la situazione era critica e sono corsa in ospedale in scooter». Era il 12 luglio del 2017 quando, all’ospedale Policlinico di Catania, Martina Patti mette al mondo Elena Del Pozzo. La figlia che ucciderà meno di cinque anni dopo a Mascalucia, inscenando un rapimento da parte di un commando armato. Al processo in cui la 24enne è imputata per omicidio e occultamento di cadavere, tra i testimoni della difesa, oggi ha parlato anche l’avvocata Paola La Carrubba, legale esperta di diritto di famiglia a cui i genitori di Patti si erano rivolti. «”Martina può rifiutarsi di dare alla bimba il cognome del padre?”». Con questa domanda sarebbe iniziata la telefonata della nonna materna all’avvocata, subito dopo la nascita di Elena. «In ospedale c’era stata una lite sul riconoscimento della bambina da parte del padre e, quindi, anche sul cognome», riferisce la legale sul banco dei testimoni. «Durante la chiamata – aggiunge – sentivo rumori di voci concitate e urla. Così ho deciso di raggiungerli per cercare di calmare la situazione». Una calma che, in qualche modo, sarebbe poi stata ottenuta tanto che la bambina viene riconosciuta e prende il cognome del padre Alessandro Del Pozzo.

Proprio per il rapporto complicato tra lui e la figlia, i genitori di Martina Patti si erano rivolti all’avvocata La Carruba. Il primo incontro risale al 12 giugno del 2017 (un mese prima della nascita della bambina): «Erano molto preoccupati per questa relazione malata – riferisce la legale che, per ricordare date e fatti, ha portato con sé anche l’agenda dell’epoca – Sono venuti da me qualche giorno dopo un grave episodio subìto dalla figlia: mi hanno raccontato che era stata aggredita e bastonata dal compagno e che aveva anche dei lividi alle gambe». Nel suo studio, Martina Patti quella volta non c’è. L’appuntamento con lei, accompagnata dalla madre, avverrà poco più di sei mesi dopo, il 19 gennaio del 2018. Un incontro che, stando a quanto ha riferito la legale, sarebbe avvenuto «dopo un episodio grave di violenza verbale e fisica da parte di Del Pozzo. A parlare era stata soprattutto la madre, mentre Martina è rimasta sempre molto riservata mantenendo un atteggiamento remissivo».

Come sempre, l’imputata – difesa dagli avvocati Gabriele Celesti e Tommaso Tamburino – era presente e ha assistito all’udienza seduta all’interno della cella dell’aula Serafino Famà del tribunale di Catania. Tra le sedie per il pubblico, anche stamattina, due erano occupate dai genitori. «Era una mamma attenta», ha dichiarato Antonino Marano, il pediatra di Elena – oggi in pensione – che lo era stato anche di Martina Patti. Chiamato come testimone della difesa, ha raccontato di una «giovane madre che ha allattato la figlia con latte materno fino a quando ha potuto e che seguiva scrupolosamente i miei consigli per il benessere della bambina». Rispondendo alle domande degli avvocati delle parti e dei pubblici ministeri, il pediatra ha aggiunto anche che «era sempre Martina Patti ad accompagnare la bimba al mio studio per le visite mediche e per i vaccini, diverse volte insieme alla madre, solo raramente con il papà della bambina».

Nel corso della scorsa udienza, è stato lo psichiatra Antonino Petralia a parlare di «infanticidio altruistico» per motivare il gesto compiuto da Martina Patti. Durante il suo interrogatorio, l’imputata si è dichiarata colpevole. «Sentivo che la mia vita era finita – aveva spiegato Patti tra le lacrime – Ero entrata in un tunnel in cui vedevo tutto nero. Pensavo al suicidiomia figlia la vedevo soffrire e ho creduto che, forse, sarebbe stato meglio che tutte e due ci togliessimo la vita insieme». Un progetto di morte che, però, è stato attuato solo per metà. «Lei, Elena la vedeva una bambina sofferente?». È a una delle due amiche della famiglia Patti, chiamate sul banco dei testimoni dalla difesa – Carmelina Rita D’Urso e Sebastiana Messina -, che l’avvocata di parte civile Barbara Ronsivalle ha posto questa domanda ricevendo un secco «no, assolutamente no», come risposta. Le due donne, che conoscono l’imputata da quando è nata, hanno raccontato di un «rapporto travagliato con il compagno». Dettagli di cui sarebbero venute a conoscenza dai racconti dei genitori. «Dopo averlo conosciuto, Martina era cambiata: prima era sempre solare, poi si era chiusa in se stessa. Lui aveva un carattere irascibile e momenti di innervosimento. Si capiva che non era un rapporto sereno», aggiunge Messina, chiarendo di non avere mai assistito a liti tra i due, ma solo a «screzi». Parola presa in prestito dal presidente della corte Sebastiano Mignemi. La prossima udienza, con altri testimoni della difesa, è già stata fissa per fine mese.


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