Piccoli fenomeni crescono (all’ombra della Torre Eiffel…)

Nel 1995 usciva Boulevard, primo lavoro di Ludovic Navarre, jazzista cresciuto all’ombra della Torre Eiffel e non a caso noto con lo pseudonimo di Saint Germain.

Nessuno gridò al miracolo e lo stesso succedeva l’anno seguente, quando la medesima casa discografica pubblicava From Detroit To Saint Germain. Ludovic Navarre aka Saint Germain.

Forse il palcoscenico jazz era offuscato dal fenomeno house francese che di lì a pochi anni avrebbe fatto la fortuna delle case discografiche (vedi Etienne de Crecy e Daft Punk) o forse non era stata azzeccata la scelta di mescolare il jazz (per antonomasia emblema d’improvvisazione) a sonorità house (sin dagli albori caratterizzata dalla ripetitività) all’interno dello stesso disco.

I primi due lavori passarono quindi pressoché inosservati sebbene contenessero qualche traccia degna di nota, come Thank You Mum (For Everything) e Sentimental Mood per quanto concerne Boulevard e Prélusion, Deep In It e My Mama Said per quanto riguarda il secondo album.

Nel 2000, tuttavia, quasi a festeggiare il nuovo millennio, esce Tourist, considerato unanimemente il disco della maturità: le sonorità house e la ripetitività di cui sopra spariscono, cedendo il posto a contrabbassi prettamente acid jazz e lasciando così libero sfogo all’improvvisazione.

Rose Rouge, primo pezzo della tracklist, è un tribute al compianto Jaco Pastorius, mentre Montego Bay Spleen, Latin Note e Ponts Des Arts rivelano la spiccata capacità dell’artista transalpino di tradurre in musica scenari paradisiaci.

Un ascolto particolare va riservato anche a So Flute, in cui un flauto rudimentale (“maltrattato” più che suonato) non annoia l’ascoltatore per l’intera durata del pezzo, sebbene questa superi abbondantemente gli otto minuti.


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