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Il pestaggio mafioso di Palermo organizzato come in tv: dalla scelta dei giocatori allo spettacolo in videochiamata

Potevano chiamarlo u jocu ro calamaru: la versione palermitana di Squid game. C’era chi, dal carcere, dirigeva le violenze attraverso uno schermo e chi assisteva dal divano. Chi faceva finta di non conoscere il gioco e chi non sapeva neanche di dover giocare. È la storia del pestaggio mafioso contenuta nelle migliaia di pagine di documenti sui 181 arresti eseguiti a Palermo e provincia. Una storia uguale, nei fatti, a tante altre, ma preparata e gestita come un grande spettacolo. Spettatori compresi: nello specifico, il boss del mandamento di Porta nuova Calogero Lo Presti e il nipote Piero, entrambi detenuti – rispettivamente nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e Rossano – che hanno assistito al pestaggio in videochiamata: in incognito il primo – «Perché sono cose tra ragazzi» – e dando il via alle legnate vere il secondo. A organizzare il casting e i giochi sarebbe stata Jessica Santoro, protagonista indiscussa, tanto da mettere in ombra il marito Francesco Cataldo, poi promosso a operatore sul campo, col «telecomando in tasca». Ossia, il cellulare.

Tutto comincia a settembre del 2023, quando un tale Giuseppe Santoro decide di sfasciare un salone da barba a meno di un chilometro da Palazzo dei Normanni, a Palermo, e di aggredire il titolare e il picciutteddu che ci lavora. Colpevoli di non aver voluto risolvere la sua emergenza di stile oltre l’orario di chiusura. Santoro li avrebbe pure minacciati con una bottiglia di vetro rotta, per poi danneggiare anche l’auto di uno dei due barbieri: «La batteria gli ha tolto, tutti i fili… l’impianto gli hanno tagliato». Non proprio uno scatto d’ira inedito per Santoro, identificato come lo gnuri (il cocchiere, ndr), che da Lo Presti si era già preso una volta uno schiaffo. «Questo il cornuto è!», ricostruisce il boss, dopo aver fatto mente locale. Quello che Santoro non sa, però, o forse sottovaluta è che il picciutteddu del barbiere è Salvatore Turchi (indagato come mandante e concorrente morale), con un cugino inserito nella malavita della Vucciria. E che in qualche modo la questione arriva pure a Piero Lo Presti che, per territorialità, è tenuto a risolvere. E si rivolge a Jessica Santoro, figlia – per lealtà e vicinanza, senza alcuna parentela – di Calogero Lo Presti, chiamato nonno e papà dai più intimi del mandamento.

Ed è proprio la donna a suggerire il primo colpo di scena: a picchiare Giuseppe Santoro per vendicare i barbieri sarà Carmelo Caccamese. Amico e compare della vittima, nonché presente all’assalto presso il salone da barba. Il quale, pur non potendosi rifiutare, manifesta qualche evidente perplessità, già messa in conto dalla donna. Che, «per avere più fiducia», decide di coinvolgere anche un altro presunto affiliato, non casuale: Cristian D’India, che a Santoro «gliele vuole dare, perché hanno pure un discorso in sospeso». Con il rinforzo di Vincenzo Mohamed Di Cristina, secondo l’accusa. Il piano, a quel punto, è chiaro ed è la stessa donna a spiegarlo: «Intanto gliele deve dare Carmelo stesso! E poi ci sono gli altri di dietro, ma lui non lo sa». Una vendetta che diventa anche una prova di affidabilità, insomma. Fallita da Caccamese, che finge soltanto di picchiare: «Lui ha fatto la mossa e quello si è buttato subito a terra», è il commento alla moviola, grazie al video del pestaggio. Niente a che vedere con la performance degli altri due, che avrebbero cafuddato con calci in faccia. Bene, ma non benissimo secondo Jessica Santoro, che rimane comunque insoddisfatta: «Se c’ero io gli scricchiavo la testa a terra…».

Eppure, niente ruoli operativi per lei, costretta a seguire la scena da remoto, attraverso la videochiamata, insieme a un invitato speciale: Francesco Zappulla, delfino dell’allora reggente latitante Giuseppe Auteri. «Lui non gliele deve dare – spiega Santoro – Se non siamo sazi, io che sono a casa con Zappulla gli dico “Ora puoi scendere, ci puoi andare”». Un ruolo di comando, comunque migliore di quello riservato al marito Francesco Cataldo, in principio semplice esca del pestato: «Tu gli devi dire solamente “Sali un attimo con me nel motore che ti devono parlare”, capito?». «Ma pure io gliele posso dare se vuoi!», protesta l’uomo. Che alla fine non le darà ma, pare, avrà «il telecomando in tasca»: ossia il cellulare da cui avviare la videochiamata con Piero Lo Presti. E sarà sempre Cataldo ad avere l’onore di far sapere al barbiere che la vendetta è stata compiuta: «A posto.. già fatto! Se passi, lo vedi: è quanto un becco!». O, per dirla con le parole di chi ha assistito dal carcere, «come un vitello».


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