Obiettivo: una zona di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti

Un Free trade agreement fra Stati Uniti ed Europa, un accordo commerciale che garantirebbe agli operatori europei la rimozione delle discriminazioni che scoraggiano l’ingresso nel mercato americano e che avrebbe l’effetto di conferire importanti vantaggi economici. Un accordo non nuovo, risalente all’epoca Bush junior che, fra alti e bassi, sta andando avanti malgrado le forti resistenze di alcuni Stati che vorrebbero mantenere lo status quo.

A sostenerlo è Simone Crolla, consigliere delegato della Camera di Commercio americana in Italia, a margine di una tavola rotonda organizzata a Palermo nella sede di Confindustria Sicilia sul tema delle opportunità di business per le imprese siciliane tra Italia e Stati Uniti.
Un occasione per presentare le attività siciliane di American Chamber of Commerce in Italy, coordinate da Pietro Viola, ma anche le prospettive di internazionalizzazione delle piccole e medie imprese che operano nella regione. Crolla intravede in un futuro trattato sul commercio fra Usa e Unione europea grosse opportunità per gli investimenti tra il Vecchio ed in Nuovo Continente.

Crede che la rielezione di Barack Obama darà un impulso a questa trattativa?
“L’amministrazione Obama ha trovato in Monti un referente
naturale, e il nuovo mandato al presidente democratico significa la
prosecuzione di un’alleanza e di una strategia comuni. Sono convinto che si arriverà ad una conclusione positiva”.
– Quanto tempo occorrerà perché il Free trade agreement possa diventare una realtà?
“E’ ancora presto per indicare una data di chiusura dell’accordo, a causa di resistenze forti da parte delle diverse burocrazie anche statali. Poiché non esistono ancora gli Stati Uniti d’Europa, ogni singolo Stato continua a mantenere dei privilegi, quali la tassazione in entrata e i dazi e, soprattutto a livello di politica agricola, pare che sia questa un importante ostacolo per portare avanti la trattativa. Una zona di libero scambio tra Europa e Usa, analisi e numeri alla mano, consentirebbe una crescita del commercio di oltre il 40% in tutti i settori. Una strategia che gli Stati Uniti hanno già messo a punto ottenendo ottimi risultati con il Messico, il Canada e con tanti  altri Paesi. Il progetto nella sua totalità si chiama Transatlantic economic council, (Tec) è un gruppo di lavoro composto dal commissario belga al Commercio Ue, e dal ministro americano al Commercio estero, i due i pivot della trattativa”.

– Per le Pmi che prospettive ci sono per il futuro e quali, invece, le difficoltà che incontrano oggi?
“Siamo ancora in una fase embrionale del confronto e diversi punti non sono stati ancora affrontati, si sta cercando una convergenza sul principio generale. I benefici sarebbero pari a quelli che abbiamo oggi nel Vecchio Continente con la Comunità europea, dove vige il libero scambio di merci, persone e servizi all’interno dei confini europei. Lo stesso accadrebbe verso gli States. Per le imprese si aprirebbero davvero nuove prospettive; per fare un esempio, oggi l’associazione degli orafi paga dei dazi molto importanti verso gli Usa ed è un comparto che sta entrando in crisi. Tiffany, uno dei maggiori player americani nella produzione di preziosi, crea molti dei suoi gioielli in Italia grazie ad artigiani orafi locali i quali adesso, per esportare in America i prodotti commissionati da Tiffany, incontrano grandi difficoltà. Ora l’azienda sta cominciando a guardare altrove per la produzione. Ecco, su questo noi stiamo lavorando e un trattato di questo tipo aiuterebbe. Altro esempio sono i produttori di seta; in Italia c’è un distretto molto attivo nel commercio estero, ma  una nuova legge americana ha imposto un test di infiammabilità che la nostra seta non supera, perché pura e non trattata, quando invece le sete cinesi, di più scarsa qualità, riescono a superare questo scoglio facilmente”.

 

 


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