NOTE di CANTIERE/ Perché bisogna dire la verità

Quest’articolo è tratto da “NOTE di CANTIERE”, organo interno dell’Associazione Un’altra Storia di Rita Borsellino

di Virgilio Bellomo

C’è una malcelata ipocrisia nel continuare a dire che tutto va bene, che il Paese è in ripresa, che adesso una nuova legge elettorale sistemerà le cose, che le rivoluzioni stanno andando avanti e che esistono i paladini dell’antimafia che tutto sanno e tutto possono.
Ma la verità è un’altra e la vediamo nel degrado sociale, nel caos istituzionale, nelle farsesche rappresentazioni di clown che scandiscono discorsi sconclusionati con voce concitata e stridula e con un megafono che li rende ancor più fastidiosi. 
La piazza può essere una salvezza o un incubo: se non ci sono idee che si tramutano in azioni è solo protesta e incubo, se c’è una ferma e decisa proposta, una matura consapevolezza che può essere nuovo inizio, carico di responsabilità e anche di perdita di un presunto benessere può rappresentare una salvezza.

E’ il sistema Italia ad essere ormai fallito, la sua rappresentanza e il sistema ordinamentale, le relazioni fra gli appartenenti alla cosiddetta classe dirigente totalmente sganciata dagli interessi di riferimento. E’ venuto meno quello che si chiamava equilibrio dei poteri, il rispetto delle regole anche non scritte: chi non evade non lo fa per rispetto di una dimensione morale ed etica, ma semplicemente perché non può!
Sono convinto che ci siano ancora delle strade, democratiche e percorribili, soluzioni che concorrano a riprendere una strada, impervia, ma che appartiene di diritto ad una Nazione giovane, ma di nobile casato e di antica cultura e una di queste passa per l’abbandono di un vecchio tabù che si cela dietro il nome di diritti acquisiti.
Dietro tale diritto si cela l’impossibilità di mettere le mani ad antichi e vecchi privilegi, non sempre ottenuti in forza di merito, ma di usi e costumi a tutela di interessi particolari e clientelari.
Perché non si possono colpire le pensioni d’oro o licenziare dipendenti pubblici, corrotti, infedeli, privilegiati, assunti solo in forza di raccomandazioni e clientele? Perché non si può parlare di turni notturni per l’esecuzione di servizi pubblici o contratti di solidarietà nel pubblico impiego e nei servizi pubblici o di regolari procedure concorsuali per chiudere definitivamente la stagione dei precari: chi vale è assunto, chi scalda la sedia, per favore, vada a casa?
Perché le tutele del lavoro non devono essere uguali fra pubblico e privato? Perché non deve valere per tutti il principio della responsabilità individuale, nessuna casta esclusa?

Che grande principio di uguaglianza, fra giovani e vecchi, fra operatori pubblici e privati, nel rispetto delle capacità e responsabilità individuali: una rivoluzione.


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