Il Mondo opposto dei fratelli Alberto e Sergio Musto continua con il racket dell’olio esausto e la droga a Niscemi. Sono trentacinque le persone arrestate nel blitz antimafia di oggi nel Nisseno. I carabinieri del comando provinciale di Caltanissetta hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari, su […]
Il Mondo opposto dei fratelli Musto a Niscemi: «Malati di malavita»
Il Mondo opposto dei fratelli Alberto e Sergio Musto continua con il racket dell’olio esausto e la droga a Niscemi. Sono trentacinque le persone arrestate nel blitz antimafia di oggi nel Nisseno. I carabinieri del comando provinciale di Caltanissetta hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Trentadue persone sono destinatarie di custodia cautelare in carcere e tre sono finite invece agli arresti domiciliari. Tutti sono ritenuti, a vario titolo, responsabili di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa ed estorsione aggravata. Ma anche illecita concorrenza con violenza e minaccia, favoreggiamento personale aggravato, traffico illecito di rifiuti, attività di gestione di rifiuti non autorizzata. E pure di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
Il Mondo opposto continua
Gli arresti sono stati eseguiti dai carabinieri con il supporto di unità cinofile, dello squadrone eliportato Cacciatori di Sicilia e del nono nucleo elicotteri di Palermo. L’indagine è stata condotta dai carabinieri del reparto territoriale di Gela sotto la direzione della Direzione distrettuale antimafia della procura di Caltanissetta. E rappresenta un ulteriore sviluppo investigativo dell’operazione Mondo opposto che, nel dicembre 2023, aveva portato all’arresto di Alberto Musto. L’uomo ritenuto boss della famiglia mafiosa di Niscemi e vertice del mandamento mandamento mafioso. Con riferimento alla infiltrazione del tessuto economico di Niscemi, l’ambito elettivo di interesse sarebbe stato quello dello smaltimento degli oli vegetali esausti. Nel quale gli esponenti mafiosi si sarebbero inseriti con forme di interposizione negoziale e di collaborazione esecutiva in nero, controllando l’intero settore.
Il monopolio del racket dell’olio esausto
Nel corso delle indagini, fondamentali sono state le intercettazioni e le testimonianze di commerciali di Niscemi per ricostruire le modalità d’azione dei fratelli Alberto e Sergio Musto. Per monopolizzare, attraverso accordi criminosi con ditte specializzate nel settore, la raccolta degli oli vegetali esausti a Niscemi. In violazione delle disposizioni legislative in materia ambientale e senza alcuna autorizzazione, per l’accusa, i due fratelli Musto si sarebbero inseriti prepotentemente nel settore economico. Avvalendosi prima di una società di Favara (in provincia di Agrigento) e poi di un’impresa di Catania. Stando a quanto ricostruito, l’interesse di Alberto Musto per il racket dell’olio esausto e per i rifiuti, sarebbe maturato nel carcere di Voghera.
Il modo per prevenire la concorrenza
Lì, infatti, avrebbe saputo da un altro detenuto dei grossi guadagni che si sarebbero potuti realizzare. Esercitando l’intimidazione mafiosa per indurre gli operatori economici niscemesi ad accettare di conferire l’olio vegetale esausto all’impresa indicata dai Musto. Con la quale avrebbero
collaborato in nero occupandosi illecitamente della raccolta. In questo modo, l’organizzazione mafiosa avrebbe riscosso importanti guadagni e alimentato il proprio prestigio criminale. Affermando il proprio potere di controllo del territorio, mentre l’impresa formalmente dedita alla raccolta del rifiuto avrebbe ottenuto rilevanti vantaggi competitivi sul mercato prevenendo la concorrenza. Ai commercianti locali era imposta, con violenza e minaccia, la sottoscrizione di contratti di smaltimento con le ditte colluse, garantendo una posizione dominante sul mercato in cambio di provvigioni fisse: 40 euro per ogni contratto e 600 euro ogni 1000 litri di olio prelevato.
La condotta dei rappresentanti delle imprese è stata considerata come concorso esterno in associazione mafiosa per via del rapporto di reciproci vantaggi. Tradotti per le aziende nell’imporsi sul territorio in posizione dominante e per l’organizzazione mafiosa nell’ottenere risorse o utilità (per esempio una percentuale) sui profitti percepiti dal concorrente esterno.
La pressione intimidatorio della fama mafiosa
L’indagine ha documentato come la sola notorietà della levatura mafiosa dei Musto esercitasse a Niscemi una pressione intimidatoria tale da annullare la libertà di autodeterminazione degli imprenditori. È emerso che due dipendenti di un’impresa, nei cui confronti sono state contestate ipotesi di favoreggiamento personale, durante i controlli dei carabinieri avrebbero fornito dichiarazioni false per impedire l’identificazione dei componenti del sodalizio. Sostenendo falsamente di non averli mai
visti in azienda o di non poterli riconoscere a causa di presunti travisamenti con mascherine e cappelli.
L’autorizzazione per lo spaccio di droga
Accanto ai gravi indizi sulle infiltrazioni del tessuto economico, il settore degli stupefacenti avrebbe rappresentato un’altra fonte d’introiti per la famiglia mafiosa dei Musto a Niscemi. L’attività sarebbe stata gestita mediante la concessione di autorizzazioni allo spaccio. In cambio, in alcuni casi, di un periodico contributo di natura economica e, in altri casi, di una messa a disposizione della famiglia. In pratica, si sarebbero dovuti attivare, all’occorrenza, per sopperire a eventuali esigenze del sodalizio mafioso. Chi non accettava le condizioni, tra le quali la corresponsione di un contributo economico al sodalizio mafioso, sarebbe stato obbligato a fermarsi e non spacciare.
«Malato di malavita»
Inoltre, sarebbe stato organizzato un gruppo criminale dedito principalmente al traffico di cocaina. Secondo l’accusa, a dirigerlo a Niscemi sarebbero stati i due fratelli Alberto e Sergio Musto. Il profilo criminale dei vertici emerge nelle indagini da alcune conversazioni captate. In un’intercettazione, il
fratello del boss riferiva a quest’ultimo come un loro conoscente ne avesse tessuto le lodi, definendolo il
prototipo del mafioso per l’integrale adesione ai principi dell’organizzazione. «Minchia tuo fratello è malato di malavita», affermazione che il boss avrebbe accolto con palese compiacimento. A riprova del
controllo totale, in un’altra intercettazione, il capomafia ribadiva a uno spacciatore, con modalità tipicamente mafiose, che ogni attività illecita sul territorio doveva passare sotto la sua egida. «Perché questo non è lavoro. Se è lavoro, io non mi permetto di fare, di domandarvi nulla, ma siccome non è lavoro, questa è malavita e la malavita a Niscemi la gestisco, solo io».
Questo controllo capillare poggiava su un solido asse logistico-operativo tra Niscemi e il Catanese, da dove sarebbero arrivate ingenti forniture di cocaina e marijuana. Poi stoccate in basi logistiche niscemesi, confezionate e occultate in aree pubbliche limitrofe sotto la costante vigilanza degli affiliati. La forza coercitiva del gruppo sarebbe stata ribadita anche attraverso plateali interventi punitivi finalizzati al recupero dei crediti di droga. Come documentato in un episodio in cui un debitore è stato costretto, con un’azione di forza condotta pubblicamente all’interno di un bar, a cedere il cellulare per sanare una fornitura di droga non pagata.
I numeri delle indagini
Le attività investigative hanno consentito di documentare oltre 200 episodi di cessione di stupefacenti, di accertare il passaggio di circa un chilo e mezzo di cocaina e 3 chili di marijuana in pochi mesi. Ma anche di ricostruire flussi finanziari verso i fornitori catanesi per circa 35mila euro. Il giudice per le indagini preliminari ha emesso un’ordinanza di applicazione della custodia cautelare degli indagati. Nel
provvedimento cautelare è stato disposto anche il sequestro preventivo delle aziende coinvolte nel traffico illecito dei rifiuti, il cui valore economico stimato si attesta sugli oltre 6 milioni di euro.