«Non abbiamo mai cercato vendetta. La nostra è una battaglia di verità, prima ancora che giudiziaria». A parlare a MeridioNews è Marco Piso, il figlio di una donna morta a 78 anni dopo un intervento all’ospedale Garibaldi Nesima di Catania. Il primario di Chirurgia oncologica ed ex presidente dell’ordine dei medici Diego Piazza, imputato per omicidio […]
Medico assolto per l’omicidio colposo di una paziente, sentenza impugnata: «La verità merita di essere cercata»
«Non abbiamo mai cercato vendetta. La nostra è una battaglia di verità, prima ancora che giudiziaria». A parlare a MeridioNews è Marco Piso, il figlio di una donna morta a 78 anni dopo un intervento all’ospedale Garibaldi Nesima di Catania. Il primario di Chirurgia oncologica ed ex presidente dell’ordine dei medici Diego Piazza, imputato per omicidio colposo, è stato assolto nel processo di primo grado che si è concluso nel settembre del 2025. Adesso, però, la sostituta procuratrice generale della Repubblica della Corte d’Appello di Catania Agata Consoli ha impugnato la sentenza di assoluzione.
La ricostruzione dei fatti
Madre di quattro figli e nonna di otto nipoti, Agata Fazzio muore l’11 dicembre del 2018, dopo diciotto giorni nel reparto di Terapia intensiva. L’anziana era stata ricoverata per un intervento in laparoscopia al colon il 21 novembre e operata l’indomani. Dopo una notte in Rianimazione, torna in reparto per la degenza. Ed è lì che comincia a stare male: ha forti dolori addominali, suda freddo e ha la febbre. A circa 48 ore dall’intervento, la donna sviene. Una tac all’addome mostra una peritonite e uno shock settico. Così la paziente viene sottoposta a un’operazione d’urgenza e finisce in Rianimazione dove resta fino al momento della morte. In entrambi gli interventi, il primo operatore è Diego Piazza.
«La verità merita di essere cercata fino in fondo»
Da un esposto presentato dai familiari si arriva al processo. Il cui primo grado si è chiuso a settembre dell’anno scorso con l’assoluzione dell’unico imputato. Adesso la procura ha impugnato la sentenza. «Per qualcuno può essere solo un passaggio tecnico – afferma il figlio della vittima che si è costituito parte civile al processo -. Per me è un segnale. Non perché qualcuno debba essere condannato a tutti i costi, ma perché la verità merita di essere cercata fino in fondo». Un segnale anche forte se si considera che si era partiti da una iniziale richiesta di archiviazione da parte della stessa procura.
I motivi dell’impugnazione della sentenza di assoluzione
Per la sostituta procuratrice Agata Consoli ci sarebbe stato un «travisamento delle risultanze istruttorie». In pratica, il giudice non avrebbe verificato quale delle due valutazioni radiologiche, finite a dibattimento e che arrivano a conclusioni diverse, sarebbe corretta. «Si impone la necessità – scrive la sostituta procuratrice – di nominare un perito specialista in radiologia al fine di rileggere l’esame Tac eseguito sulla paziente il 24 novembre del 2018». E non sarebbe la sola contraddizione individuata dalla procura.
La questione dell’origine dell’infezione
Il giudice afferma che è «provato che la causa della peritonite sia stata la deiescenza anastomotica». Ovvero una grave complicanza post-operatoria che consiste nella riapertura di un’anastomosi intestinale. Il collegamento tra due monconi di intestino. Una rottura che può provocare la fuoriuscita di materiale fecale nel peritoneo, con rischio appunto di peritonite e sepsi. Per la sostituta procuratrice, però, sarebbe «tutto il contrario. Perché rileggendo le deposizioni […] non si fa affatto riferimento all’anastomosi. Ma piuttosto alla “sede in cui era stato necessario predisporre l’accesso della suturatrice meccanica per consentire il completamento dell’intervento. Attraverso la quale sono state estratte le due branche della suturatrice meccanica” quale possibile sede di apertura dei visceri. E, dunque, di origine dello stato infettivo».
Assoluzione «senza valida spiegazione»
Per Consoli, il giudice sarebbe arrivato ad assolvere «senza offrire una valida spiegazione in relazione al comportamento tenuto dall’imputato sia nel senso della affermazione che della negazione della colpevolezza». Insomma, la sostituta procuratrice è convinta che non siano stati svolti tutti gli approfondimenti necessari per «comprendere se quell’attività di utilizzo della tecnica di chiusura fosse stata eseguita a regola d’arte o se piuttosto da lì si fosse dipartito un cedimento determinante ai fini della peritonite». Anche in questo caso, dunque, sarebbe necessario affidarsi a un chirurgo «che possa valutare la correttezza del comportamento dell’imputato nell’eseguire la tecnica di sutura».
«La verità non dovrebbe fare paura»
«Io non mi arrendo – afferma Marco Piso al nostro giornale -. Continuerò a percorrere ogni strada che la giustizia mi consentirà, non per rabbia, ma per rispetto. Per mia madre. E mi permetto di dire che se nel corso del processo dovesse maturare la prescrizione, mi auguro che chi è coinvolto scelga di affrontare il giudizio fino in fondo, senza sottrarsi. Perché la verità – sottolinea il figlio della vittima – non dovrebbe fare paura. Continuiamo a ritenere che, su questa vicenda, ci siano aspetti che meritano di essere approfonditi. Questa non è una vittoria, ma un passo verso la verità».