Moltheni: memorie e dolori di un artista moderno

MOLTHENI
‘TOILETTE MEMORIA’
(2006, La Tempesta)

‘Nell’abbondanza piange la mia generazione’

Moltheni è un artista compiuto. E’ questa l’importante sentenza che ci sentiamo di formulare dopo aver ascoltato Toilette Memoria, il quarto disco del cantautore marchigiano. E lo diciamo con voce ferma e convinta perché pochi altri artisti, come lui, hanno la capacità di parlarci di solitudine, paure e inquietudini moderne, con una semplicità ed una concretezza che colpiscono dritto al costato. E poi, certo, anche perché nei suoi canzonieri c’è spazio per la dolcezza e per quel concetto tutto “moltheniano” di amore profondissimo che è anche il minimo comune multiplo dei suoi dischi sin dagli esordi. Chi si mette all’ascolto di questo “Toilette Memoria” – ne siamo certi – ha ancora ben in mente quel pugno di canzoni scheletriche, plumbee e meravigliose che componevano il precedente “Splendore Terrore”: un disco – a detta dello stesso Umberto Giardini – quasi casuale e forse per questo così affascinante. “Toilette Memoria” (a Moltheni l’Oscar di miglior “titolatore” d’Italia) è certamente una dissolvenza incrociata del precedente album del 2004 – e lo si vede in maniera inequivocabile dal pezzo d’apertura Io condito dallo stesso wurlitzer e dalla stessa chitarra protagonisti in quel dico – ma anche una specie di superamento di un certo cattivo umore e gran amaro in bocca, illuminati dalle luci opache e incerte di un appartamento insonne. Vale a dire, c’è sempre il racconto del dolore sociale e personale, ma c’è anche una specie di voglia di proiettare il proprio sguardo in avanti. In questo senso si pongono le ballate L’amore d’alloro, L’età migliore e Bufalo, cariche di intensità e ben curate dalla chitarra leggera di Moltheni.

Sempre da “Splendore Terrore” il cantautore marchigiano traghetta il gusto per le strumentali intese come cemento e, allo stesso tempo, come pause riflessive dell’intera tracklist. Requiem per la Repubblica Italiana e Deserto biondo hanno la virtù della varietà e dell’atmosfericità e sì, davvero, riescono a dare respiro alle sequenze del disco. Piace anche la coda acerba di Eternamente, nell’illusione di te e la drammaticità del pianoforte di Sento che sta per succedermi qualcosa, impreziosita dalla voce spaziale di Battiato. Sempre a proposito di ospiti è d’obbligo ricordare la presenza di Alberto e Luca dei Verdena nell’elettricità psichedelica di Cavalli sciolti del Nord e di Carmelo Pipitone dei Marta Sui Tubi alla chitarra in “Deserto biondo”. Dunque Moltheni riesce bene a schivare il pericolo che incombe quando ci si ripresenta musicalmente dopo aver realizzato un disco eccellente. Il pericolo di deludere chi era rimasto folgorato da un album eccellente come ”Splendore Terrore”, infatti, era lì dietro l’angolo, ma, insomma, possiamo davvero dire che Moltheni ne esce molto bene.

Nota: l’eredità di “Splendore Terrore” è anche testimoniata dalla rilettura pianistica del brano Nel futuro potere del legno.


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