Si è chiusa, così, con le dimissioni di Federico Basile da sindaco, la 118esima amministrazione comunale di Messina dall’Unità d’Italia ad oggi. Un sindaco solo, quello che si è presentato alla conferenza stampa: senza l’artefice della sua candidatura ed elezione, quel Cateno De Luca che oggi ha riservato per sé il ruolo di osservatore. Basile […]
Il ruolo di Cateno De Luca nelle dimissioni del sindaco Basile: Messina paga il prezzo delle aspirazioni
Si è chiusa, così, con le dimissioni di Federico Basile da sindaco, la 118esima amministrazione comunale di Messina dall’Unità d’Italia ad oggi. Un sindaco solo, quello che si è presentato alla conferenza stampa: senza l’artefice della sua candidatura ed elezione, quel Cateno De Luca che oggi ha riservato per sé il ruolo di osservatore. Basile è il secondo sindaco consecutivo a dimettersi. Ma è anche il quinto, sugli ultimi sei, a non aver concluso il suo mandato alla scadenza naturale. Da oggi, quindi, partono i 20 giorni in cui il primo cittadino può retrocedere dalla sua decisione senza conseguenza. Dopo, se confermate le dimissioni, si avrà la decadenza di sindaco, giunta e, teoricamente, di tutte le nomine fiduciarie. Fino all’insediamento di un commissario che traghetterà il Comune, occupandosi dell’ordinaria amministrazione, fino alle nuove elezioni che dovrebbero tenersi nella tarda primavera.
Le dimissioni di Basile
Davanti a una sala piena di consiglieri, amministratori e rappresentanti delle partecipate, con l’intervento trasmesso in diretta sui canali social, Basile sembra sicuro di sé. «Come sempre, in maniera seria e trasparente, voglio raccontare alla cittadinanza la mia decisione», ha esordito. Sottolineando l’obiettivo di garantire chiarezza e stabilità politica alla città. A suo dire, le dimissioni rientrano nella strategia finalizzata a consolidare il controllo sulla terza città più importante della Sicilia che, spiega, «deve ora avere un ruolo da protagonista e fare il salto di qualità». Oggi non consentito, suo malgrado, dalla débâcle della maggioranza: «Sono stato eletto con 20 consiglieri su 32, ma in due anni ne ho persi 7 per motivi diversi, tra strategie politiche e interessi personali, compromettendo la stabilità necessaria per governare efficacemente».
E l’annuncio di ricandidatura
Ma, contestualmente, ha annunciato il suo ritorno. «Oggi si apre una fase diversa: chiediamo agli elettori se il nostro mandato ha dato le risposte che la città merita. Oggi sono qua per dirvi non che ho consegnato le mie dimissioni, ma che mi sto ricandidando per tornare a guidare la città», ha detto tra gli applausi. Una dichiarazione che, contemporaneamente, suona come una rassicurazione per i suoi elettori – e per le partecipate – ma anche come un monito. O forse una minaccia. Come a dire: «Si riapre la partita e non mi farò più condizionare». Per capire cosa stia succedendo, bisogna ricordare che Federico Basile non è un sindaco qualunque: è l’uomo scelto da De Luca per garantire la continuità del modello Messina. Dopo le sue dimissioni per concorrere alla presidenza della Regione. Tuttavia, Cateno De Luca ragiona con una logica di iper-efficienza e visibilità costante. La critica che rimbalza negli ambienti vicini al leader scatenato è che l’amministrazione Basile sia diventata troppo burocratica, perdendo quel mordente comunicativo e quella velocità d’esecuzione che sono il marchio di fabbrica del deluchismo.
Il ruolo di Cateno De Luca nelle dimissioni
A Taormina, il sindaco De Luca ha da poco azzerato la giunta, ma senza sortire l’effetto sperato in termini di scossa politica. Non solo. Cateno sa che per puntare nuovamente a Palazzo d’Orléans nel 2027 – o prima, se il governo Schifani dovesse vacillare -, la sua roccaforte, Messina, deve essere una macchina da guerra elettorale. Senza eventuali morbidezze di Basile, né il suo stile sobrio, tecnico, quasi da democristiano gestionale. Ma è evidente che portare alle urne Messina con amministrative anticipate non risponde ad alcun motivo reale. È il prezzo di una resa dei conti interna di un leader politico rimasto solo, che ha sperperato il consenso che gli aveva permesso di portare all’Ars ben 6 deputati e due parlamentari tra Camera e Senato. Fino a trovarsi a dover subire una feroce opposizione da suoi ex pupilli: Ismaele La Vardera a Dafne Musolino.
I primi a non voler lasciare gli incarichi a Messina sono gli stessi assessori, il cui destino è segnato dalla volontà di Cateno De Luca di raccogliere il frutto del sistema organizzato attraverso le partecipate. I cui presidenti, tra questi Valeria Asquini, sono già pronti a compensare a suon di voti chi li ha nominati. In questa corsa all’annuncio, fanno bene le opposizioni a non inseguire i tempi della campagna permanente di cui Cateno De Luca si serve come adrenalina alla propria carriera politica. Senza fornire vantaggi su sfide che ancora restano solo ipotesi giornalistiche e trovate social.
Uno scenario senza precedenti
Se Basile dovesse davvero dimettersi sotto pressione del suo mentore, si aprirebbe uno scenario senza precedenti. Innanzitutto in termini di vulnerabilità: il centrodestra e il Pd non aspettano altro che una spaccatura nel fronte deluchiano per riconquistare lo Stretto. E c’è poi l’immagine: chiedere le dimissioni di un sindaco della propria coalizione a metà mandato è un’ammissione di fallimento della propria classe dirigente. Quello che succederà ora dovrà tenere conto di un braccio di ferro psicologico. De Luca sta testando la tenuta di Basile e, contemporaneamente, sta lanciando un messaggio a tutti i suoi quadri dirigenti: Nessuno è intoccabile, se non segue il suo ritmo.