Mafia, le estorsioni del clan di Borgetto Giambrone: «Addosso lo faccio cacare»

«Lo minacci, come la storia di Lo Biundo. Testa di cazzo, dammi qualcosa!». A parlare così è Antonio Salto, figlio del boss Nicolò, intercettato in una conversazione ambientale del 31 dicembre 2013. Anche lui, insieme al padre e ad alcune persone della famiglia Giambrone, è finito nel vortice dell’operazione Kelevracondotta dai carabinieri di Partinico sotto la direzione della procura di Palermo e accusato di partecipazione ad associazione mafiosa. Secondo gli investigatori, la conversazione intercettata farebbe riferimento al progetto di estorsione nei confronti dell’imprenditore locale Giuseppe Romano. «Ora devi andare a rompere. L’aria è buona», sollecita Antonio Salto. Superate le iniziali perplessità di Giuseppe Giambrone, è lo stesso boss a suggerire di dare appuntamento alla vittima in un luogo appartato: «Fateli uscire a Valguarnera», una contrada di Partinico.

Non tutti i tentativi di estorsione, però, filano liscio. Ci sono casi in cui i Salto e i Giambrone sembrano costretti a ricorrere alla minaccia esplicita o addirittura all’intimidazione violenta. È il caso dell’imprenditore Salvatore Venerina, intercettato in una conversazione con Giuseppe Giambrone il 2 febbraio 2014, intento a spiegare le difficili condizioni economiche in cui versa. Ma non c’è niente da fare. Al pizzo non si sfugge ed ecco, puntuali, le minacce: «Non possiamo aspettare. Vedi chi c’è…siamo io, mio figlio e altri tre». A minaccia segue risposta: «Giuro su mio figlio che li vedrete tutti». La somma, da recapitare mese dopo mese, è di tremila euro. Qualcuno, però, riesce anche a ribellarsi. Come Benedetto Valenza: a frasi del tipo «Sono senza piccioli, non posso mettere nemmeno la pignata»,  proferite da Nicolò Salto, l’imprenditore avrebbe lasciato intendere che non avrebbe più pagato quanto fino ad allora corrisposto. Ma al diniego di Valenza sarebbero seguiti gesti fisici, come quello di roteare in senso antiorario indice e medio alzati, per lasciargli intendere di essere un morto che cammina. Giambrone senior, invece, cerca di prenderlo con le buone. Intercettato il 24 dicembre 2013 dice: «Ni il guadagno c’è. A Benny ci penso io, con questo non devi gridare. Questo mese non ha scampo». Ma il 25 gennaio 2014 Valenza si rivolge ai carabinieri di Partinico.

Si arriva oltre le minacce, invece, nel caso del pastore Vito La Puma, al quale vengono incendiate alcune balle di fieno dentro a una stalla di sua proprietà la notte del 4 settembre 2013. Grazie a una microspia piazzata nell’auto usata dai figli di Giambrone, Francesco e Tommaso, i carabinieri sono in grado di tracciare gli spostamenti dei due giovani e di piazzarli sul luogo incriminato la notte del fatto. Oltre a quanto emerge dalle intercettazioni ambientali di pochi giorni dopo, il 7 settembre: «Al signorino gli è morto il fuoco dentro, nello stallone» dichiara Giuseppe Giambrone, identificandosi agli occhi delle forze dell’ordine come il presunto mandante dell’intimidazione. Si sale di livello, poi, quando la violenza passa all’essere rivolta agli essere viventi. È il caso dell’imprenditore Francesco Billeci, presidente dell’associazione Liberjato impegnata da anni proprio nella sensibilizzazione del territorio contro il pizzo, al quale viene avvelenato il cane. Dalle intercettazioni del 7 settembre 2013 si sente infatti Giambrone senior dare istruzione al figlio Tommaso: «Questo lo prendi e lo butti nel giardino, però senza fargli toccare l’osso». Di fronte alle perplessità del figlio, avrebbe aggiunto: «Caso mai ci spari».


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