Mafia e rifiuti, tra funzionari corrotti e veleni a Melilli Anche polverino dell’Ilva nella discarica dei Paratore

Rifiuti speciali pericolosi impastati con sostanze chimiche, miscelati, impacchettati, trasportati e infine inceneriti. Dalle aziende del Nord alla Cisma di Melilli, tonnellate di scarti industriali che non sarebbero mai potute arrivare nel Siracusano, ogni giorno, varcavano tranquillamente i porti delle principali città siciliane per poi essere alterati. Smaltiti illegalmente e dispersi in aria, sotto gli occhi compiacenti di dirigenti regionali e comunali che, insieme ai proprietari della discarica – Antonino Paratore e suo figlio Carmelo (arrestato in una località sciistica in settimana bianca e nella cui casa sono stati trovati 50mila euro, 5.500 dollari e 350 sterline tutti in contanti) – avrebbero tratto profitti ingenti in un regime di sostanziale anarchia. A essere scoperchiato dalle indagini congiunte del Gico della guardia di Finanza e dal Noe dei carabinieri, coordinati dalla procura di Catania, è un vaso di Pandora che mette a nudo un «sistema perverso di connivenza e affari tra imprese controllate da Cosa nostra e funzionari infedeli della pubblica amministrazione», come afferma il procuratore capo Carmelo Zuccaro

Un giro di denaro incredibile, fermato dall’azione dei magistrati che nel giro di tre anni, a partire dal 2014, hanno accertato reati gravissimi come traffico illecito di rifiuti, estorsione e rapina con l’aggravante del metodo mafioso, usura, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, falsità ideologica e traffico di influenze illecite. Ma non solo, l’inchiesta ha portato al sequestro di sei imprese per un valore complessivo di 50 milioni di euro. Un’attività d’indagine – partita nel 2012 dallo sversamento accidentale di rifiuti nel mare della Toscana e conclusa nel 2015 – corroborata dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, che hanno permesso di chiarire il legame tra i Paratore e il boss santapaoliano Maurizio Zuccaro per il quale, secondo la procura,  «agivano anche come prestanome». 

«Quello che colpisce in particolar modo – spiegano i carabinieri – è la spregiudicatezza nell’agire dei personaggi coinvolti e la loro indifferenza nei confronti delle norme che tutelano l’ambiente». Uomini d’impresa da un lato e funzionari regionali dall’altro, che mettevano in moto «una serie di attività tra cui stoccaggio di rifiuti in aree non destinate a tale scopo, circolazione di rifiuti pericolosi senza autorizzazioni. Materiali che provenivano anche dall’Ilva di Taranto, come il famigerato polverino (scarto di lavorazione industriale, ndr) che veniva trasportato dal porto di Catania». Anche le procedure di spostamento dei materiali, aggiungono i magistrati inquirenti, sarebbero avvenute «senza il rispetto delle norme di sicurezza necessarie in questi casi». In tal modo, una volta arrivati nel centro del Siracusano, le sostanze venivano sottoposte a un procedimento di «miscelazione per ottenere una modificazione del codice ed essere così smistati e incenerite in altri stabilimenti». «Vi lascio immaginare quali sostanze venivano diffuse nell’aria – aggiunge senza mezze parole il vertice del Noe – e il notevole impatto ambientale nocivo». 

Operazioni illecite possibili solo grazie ai «rapporti di corruttela con funzionari regionali e comunali che – spiegano gli uomini dell’Arma – da un lato rimanevano inattivi di fronte ai rilievi fatti dalle autorità; dall’altro avallavano le richieste provenienti dalla discarica di Melilli che, negli anni, ha ottenuto un allargamento della zona di stoccaggio e una serie di opere che consentivano di trattare i rifiuti speciali in violazione di legge».

Le sostanze venivano bruciate alla Gespi di Augusta, società che gestisce un inceneritore. «Un procedimento effettuato con non poco danno dei lavoratori – racconta la procura – che sono venuti da noi per raccontare i loro problemi di salute connessi all’esposizione, ma che procurava guadagni enormi ai responsabili». Il tutto sarebbe stato agevolato da un funzionario in particolare, definito dai magistrati il facilitatore che «dietro a cospicue somme di denaro in contanti fluidificava i rapporti tra Regione e aziende e che, per questo, potrebbe essere imputato di traffico di influenze». 

Riassumendo, le tre grandi contestazioni sono quelle di aver ricevuto rifiuti non provenienti da Siracusa, aver «posto in essere “ricette” (con l’uso di chemicals stabilizzanti che abbattevano la pericolosità chimica) senza averne la competenza scientifica», come spiegato dalla titolare dell’inchiesta Raffaella Vinciguerra, e infine l’aver «autorizzato un secondo bacino di discarica all’interno della Cisma che ha consentito di raddoppiare la capacità ricettiva e quindi i guadagni». Per quanto riguarda il primo punto Vinciguerra chiarisce che nel 2007 c’era stata una conferenza dei servizi della Cisma con cui era stata circoscritta alla provincia siracusana l’area di conferimento, sottolineando che «qualsiasi patto nazionale, anche quello con Ilva di Taranto, è stato fatto in palese violazione di legge». A tal proposito, gli inquirenti contestano che il commissario ad acta nominato dal Tar di Catania, Mauro Verace, avrebbe modificato la valutazione di impatto ambientale (Via) così da consentire alla Cisma la possibilità di ricevere rifiuti anche da fuori provincia. 

Il contributo della guardia di finanza è stato fondamentale per capire l’assetto proprietario dei soggetti interessati e la funzione del lido catanese Le Piramidi, come «lavanderia dei proventi accumulati dalla criminalità organizzata». «La nostra attività e gli accertamenti patrimoniali – spiega il colonnello delle fiamme gialle etnee Roberto Manna – hanno consentito di appurare che fino a un certo periodo il lido della Playa e la Paratore srl erano di fatto gestite da Maurizio Zuccaro. All’interno della gestione della struttura – continua l’ufficiale – c’erano parenti del boss e, negli anni, ci sono state movimentazioni di quote societarie e creazioni di nuove società che hanno cercato di occultare la riconducibilità alla famiglia Zuccaro». 


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