Inarcassa, la protesta di ingegneri e architetti: «Un sistema che strangola i lavoratori»

C’è un paradosso che attraversa la vita di molti liberi professionisti: lavorare, produrre, rispettare incarichi e responsabilità, ma ritrovarsi comunque in difficoltà quando arriva il momento di incassare o di continuare serenamente la propria attività. È da questo sentimento che nasce la protesta di un gruppo sempre più numeroso di ingegneri e architetti italiani nei confronti di Inarcassa, la cassa previdenziale di riferimento per la categoria.

Al centro delle contestazioni non c’è soltanto il peso economico dei contributi, ma un insieme di meccanismi che, secondo molti iscritti, rischia di trasformare la previdenza da strumento di tutela a ulteriore ostacolo. Le segnalazioni raccolte raccontano una realtà fatta di redditi discontinui, pagamenti pubblici che arrivano con grande ritardo, sanzioni considerate sproporzionate e difficoltà nel mantenere la regolarità contributiva. Una situazione che ha portato alla nascita di un comitato spontaneo che conta già circa 200 aderenti tra professionisti del settore.

Contributi minimi e fatturati incerti

«Il cattivo rapporto con Inarcassa riguarda una parte molto ampia della categoria – avverte subito l’ingegnere Giuseppe Catalano -. Non stiamo parlando di un caso isolato, ma di una situazione che molti colleghi stanno vivendo». Uno dei temi più sentiti riguarda infatti il sistema dei contributi minimi obbligatori, che secondo i professionisti non sarebbe sufficientemente collegato alla reale capacità reddituale di chi lavora in proprio.

«Le tariffe e i contributi sono molto alti e soprattutto non tengono conto del fatturato annuale – conferma a MeridioNews l’architetta Maria Antonietta Adorante -. Un libero professionista può attraversare periodi in cui gli incarichi diminuiscono o i pagamenti tardano ad arrivare, ma gli obblighi previdenziali restano invariati anche se non fatturiamo nulla». Motivo per cui gli ingegneri e gli architetti italiani sono costretti a versare dai 3 ai 5mila euro l’anno indipendentemente dal fatto che abbiano lavorato, fatturato o incassato. Una difficoltà che investe soprattutto chi non dispone di grandi strutture professionali alle spalle, ma lavora da solo o con piccoli studi.

Anche l’architetto Vito Leonardo Petrozza evidenzia il peso del contributo minimo. Pur essendo pensionato da tre anni, continua a essere iscritto a Inarcassa perché ha ancora attività professionali da completare. «Prima i pensionati che continuavano a essere iscritti versavano un minimo pari alla metà – racconta – oggi invece si paga per intero: circa 4mila euro l’anno». Per Petrozza, però, la questione non gira soltanto intorno all’aspetto economico, ma bisogna ripensare al principio alla base del sistema: «È come se fossi ancora in piena attività, come se avessi comunque un fatturato che giustifica quel contributo».

Il nodo della regolarità contributiva di Inarcassa

Ma è il tema della regolarità contributiva l’aspetto che probabilmente produce le conseguenze più pesanti sull’attività dei liberi professionisti. Chi svolge incarichi per la pubblica amministrazione, infatti, deve essere in regola con i versamenti a Inarcassa. Si tratta di un requisito necessario per ottenere la liquidazione delle parcelle. Ed è qui che si innesca un meccanismo difficile da interrompere perché coloro che attraversano un periodo di difficoltà economica e non riescono a versare i contributi perdono la regolarità contributiva; senza quella certificazione, però, non possono incassare i compensi che consentirebbero loro di saldare proprio il debito.

L’architetto Adorante racconta di trovarsi esattamente in questa situazione. Dopo aver svolto incarichi per il Comune di Teramo, attende ancora il pagamento delle proprie competenze. «Non riesco ad avere la regolarità contributiva e quindi non riesco a essere pagata. È un cane che si morde la coda: se non incasso non posso pagare Inarcassa». Una difficoltà aggravata, nel suo caso, dal fatto di operare in un territorio colpito dal sisma del 2009: «Il mio studio è ancora inagibile e anche per gli incarichi della ricostruzione vengono richiesti polizza, documentazione e regolarità contributiva. Sarebbero servite misure straordinarie, invece le quote sospese ci sono state richieste tutte insieme».

Lo stesso meccanismo viene descritto anche dall’architetto Petrozza, che parla di un vero paradosso. «Può capitare di dover incassare una parcella per un lavoro eseguito quattro anni prima, quando eri perfettamente in regola. Arriva finalmente il momento del pagamento, ma nel frattempo hai perso la regolarità contributiva e non riesci più a riscuotere quei soldi. È assurdo, perché hai già svolto il lavoro». Una criticità importante che per l’ingegnere Catalano deve essere superata: «Ci sono professionisti che non riescono più a operare – afferma – perché non riescono a ottenere il pagamento dei lavori svolti per i Comuni a causa del mancato rilascio della regolarità contributiva».

Sanzioni, debiti e tutele: il corto circuito

Un altro punto critico riguarda le sanzioni applicate in caso di ritardi nei versamenti. Petrozza racconta una situazione che evidenzia uno squilibrio tra il debito originario e le penalizzazioni successive. «Ho pagato circa 7mila euro di sanzioni per poter sbloccare la pensione – spiega -. Ho dovuto regolarizzarmi prima di ottenerla». Il tema delle sanzioni viene richiamato anche da Catalano, secondo il quale per molti professionisti la crescita degli importi dovuti rischia di rendere ancora più difficile uscire dalla situazione di difficoltà. «Ci sono persone che si trovano davanti a un problema enorme – afferma – perché il recupero delle somme e le conseguenze economiche possono diventare un ostacolo alla normale attività professionale». La questione dovrebbe dunque essere affrontata considerando anche la situazione concreta dei professionisti coinvolti e non soltanto la mera attività di recupero crediti.

A questo punto emerge anche un’altra criticità: quella delle protezioni offerte ai liberi professionisti. «Se io mi faccio male su un cantiere o mentre vado a lavorare – racconta Petrozza – nessuno mi paga quel periodo. Se resto fermo un mese, perdo un mese di lavoro». Una differenza che, secondo l’architetto, evidenzia una distanza rispetto ai lavoratori dipendenti. «Un dipendente pubblico, se si fa male, ha comunque delle tutele. Noi rischiamo di rimanere senza reddito». Per gli iscritti, quindi, la discussione su Inarcassa non riguarda soltanto contributi e pagamenti, ma il modello complessivo di protezione del lavoro autonomo.

Dal malcontento individuale al comitato

Le difficoltà raccontate dai singoli professionisti hanno portato alla nascita di una mobilitazione collettiva. L’ingegnere Giuseppe Catalano è tra i promotori del gruppo Ingegneri e Architetti Costituiti, nato come comitato spontaneo con l’obiettivo di raccogliere le istanze della categoria. «Stiamo cercando di organizzarci per fare fronte comune – racconta al nostro giornale – perché da soli è difficile affrontare una situazione così complessa».

«L’obiettivo non è soltanto giudiziario, ma anche istituzionale. Secondo me, infatti, bisogna intervenire anche sul piano legislativo – spiega ancora l’ingegnere Catalano -. Se esistesse un equilibrio maggiore tra gli obblighi delle casse private e le tutele dei professionisti, molte situazioni potrebbero essere affrontate diversamente». La richiesta che arriva dal gruppo è quindi quella di aprire un confronto che permetta di costruire un sistema che tenga conto della realtà quotidiana della libera professione. Perché dietro la battaglia sui contributi c’è il futuro di migliaia di professionisti che ogni giorno lavorano con responsabilità, ma chiedono di non essere lasciati soli quando arrivano le difficoltà.


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