Licata: poliziotti davanti al Comune, arriva Alfano Comitato abusivi: «Ci dissociamo dal vile gesto»

Nel day after, Licata si è svegliata sotto assedio. Fin dalle prime ore della mattinata una cinquantina di agenti di polizia si sono schierati dinnanzi al palazzo di città dove, questa mattina alle 11.30 arriverà il ministro dell’Interno Angelino Alfano per esprimere vicinanza al sindaco Angelo CambianoL’incendio appiccato alla casa del padre ieri sera, alla fine, è stato, ma solo per una fortuita coincidenza, meno incisivo di quanto probabilmente gli autori volessero.

Il rogo, che gli inquirenti definiscono «di chiara matrice dolosa» è stato appiccato all’interno di una stanza ma si è spento in modo autonomo. Questo perché pare fossero state richiuse le porte, facendo venire meno l’ossigeno alle fiamme. Altro dettaglio oggi assolutamente chiaro è che il danneggiamento risale almeno a 24 ore prima a quando è stato dato l’allarme. A scoprirlo sono stati gli stessi proprietari dell’immobile, i quali hanno chiamato i vigili del fuoco e le forze dell’ordine avendo visto segni di effrazione e tracce di fumo.

Se il sindaco Cambiano, al momento, non ha ancora rilasciato dichiarazioni sulla vicenda, una ferma presa di posizione contro il grave gesto è stata manifestata dal Comitato per la difesa della casa e dalle associazioni che avevano osteggiato le operazioni di demolizione delle costruzioni abusive disposte dalla Procura. «Ci dissociamo da questo vile gesto perpetrato nei confronti del sindaco – dichiara a Meridionews Angelo Curella, portavoce del movimento -, perché noi la casa la vogliamo tutelare, non distruggere. Fatti di questo tipo, tra l’altro, non aiutano alla soluzione del problema degli abusivi, anzi, eliminano i già sottili margini di confronto».

Il comitato, giusto nella giornata di ieri aveva interrotto il presidio che proseguiva ormai da alcuni giorni all’interno dell’aula consiliare del consiglio comunale di Licata «perché – continua Curella – la politica ci ha abbandonato. Facciamo però un appello a tutti, affinché Licata non si trovi da sola a pagare le conseguenze di une cieca gestione del territorio».

Attraverso il proprio profilo Facebook, invece, denuncia di aver subito minacce verbali Gianluca Mantia, anche lui esponente del medesimo comitato. «Condanno aspramente il vile gesto compiuto nei confronti della seconda casa del sindaco – ha scritto -. Inoltre segnalo ora, ma lo farò domani in commissariato una Bmw Serie 1 di colore scuro i cui occupanti, nei pressi di casa mia hanno urlato al mio indirizzo: «Unnu capisti che ta stari mutu? T’affari i cazzi tuoi… vermi». Mantia, in prima linea in queste settimane di protesta, aveva partecipato domenica alla trasmissione L’Arena nella parte dedicata proprio alla vicenda delle demolizioni a Licata.  

Solidarietà arriva dall’Anci, l’associazione nazionale comuni italiani. «Non è concepibile che i neo amministratori debbano fronteggiare problemi irrisolti da decenni, addossandosi responsabilità enormi a fronte dell’inerzia delle istituzioni e senza che nessuno si preoccupi di tutelare la loro incolumità – hanno commentato Leoluca Orlando e Mario Emanuele Alvano, rispettivamente presidente e segretario generale -. Non si può chiedere ai primi cittadini di fare gli eroi ma è necessario intervenire, anche con misure straordinarie, facendo sì che il necessario rispetto delle regole sia accompagnato da adeguati interventi sul piano della sicurezza e del sostegno sociale ed economico». Ancora più duro Pasquale Amato, il collega di Palma di Montechiaro, altro Comune agrigentino alle prese con demolizioni di strutture abusive: «Si è contribuito a delineare un capro espiatorio, personalizzando una responsabilità che invece va riscontrata nella essenza della legge messa in atto dallo Stato, con la partecipazione di tutte le sue componenti e non da un unico protagonista. Dato il clamore televisivo che ha suscitato il caso demolizioni di Licata, decidono di alzare il tiro per ostentare la loro determinazione e che fanno? Bruciano la casa al sindaco Cambiano. Vedi quanto schifo».


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