La lettera di oltre 300 docenti ai vertici di UniCt: «A Gaza è genocidio, è ora di fare la nostra parte»

«Quello che, da quasi due anni, sta accadendo a Gaza per mano del governo israeliano viola ogni elementare principio di diritto internazionale e offende i valori di umanità e giustizia. Riteniamo che il silenzio e l’inazione non siano più opzioni percorribili». Inizia così la lettera che oltre 300 docenti dell’università di Catania scrivono ai vertici dell’ateneo catanese: dal nuovo rettore, Enrico Foti, al Consiglio di amministrazione, passando per il Senato accademico, ma rivolgendosi a tutta la comunità universitaria in vista della ripresa delle attività e del nuovo anno accademico. «Quello che si sta consumando a Gaza è, lo affermiamo senza incertezze, un genocidio», si legge senza mezzi termini nella lettera, che richiama le principali convenzioni internazionali sul tema, ricordando come, «già il 26 gennaio 2024, la Corte internazionale di giustizia aveva giudicato plausibile l’accusa di genocidio rivolta contro Israele – scrivono i docenti – Oggi, quella plausibilità è divenuta certezza». Tanto da essere condivisa anche da «alcuni tra i più noti intellettuali israeliani, a partire da David Grossman», specificano. Certezza da cui nessuno può ritenersi assolto e a cui opporre un fermo rifiuto, non solo formale, ma anche pratico. Con una serie di proposte.

Nella missiva, i docenti non mancano di sottolineare la «complicità di molti paesi occidentali (il nostro compreso), che hanno attivamente supportato la macchina bellica israeliana o hanno rifiutato di ricorrere ad alcun significativo strumento di dissuasione». Davanti a una situazione che i numeri descrivono come più che drammatica: «Dal 2023 a oggi – continuano i docenti – l’offensiva israeliana ha provocato più di 60mila morti diretti e oltre 150mila feriti, in larghissima parte civili, con donne e bambini a rappresentare più della metà del totale. Circa 1,9 milioni di persone, l’85 per cento della popolazione, sono state sfollate, mentre abitazioni, strade, scuole, ospedali, luoghi di culto, biblioteche, archivi e siti di interesse storico-artistico sono stati sistematicamente distrutti. A queste vittime si aggiungono decine di migliaia di morti indirette, dovute a fame, malattie, assenza di cure mediche e collasso delle infrastrutture sanitarie».

Una «distruzione pianificata e tutt’altro che casuale», che si avvale anche di un’informazione ridotta al silenzio, con l’omicidio – al 25 agosto 2025 – di «almeno 279 giornalisti, nel più grave massacro di operatori dei media nella storia recente». E della fame, come sancito ad agosto dall’Onu, richiamano i professori, che «ha ufficialmente confermato lo stato di carestia a Gaza, indicando Israele come unico responsabile». Ma a toccare da vicino la sensibilità dei docenti etnei è anche un’ulteriore conseguenza, essenziale per inquadrare l’emergenza non solo come attuale ma, soprattutto, come negazione del futuro: lo «scolasticidio – spiegano, citando le Nazioni unite -, ovvero la “distruzione sistematica dell’istruzione attraverso l’arresto, la detenzione o l’uccisione di insegnanti, studenti e personale, nonché la distruzione delle infrastrutture educative”. Secondo Unesco, è scomparso il 75 per cento degli edifici scolastici, impedendo a circa 625mila studenti e 22.500 insegnanti di frequentare i propri luoghi di crescita culturale e professionale e compromettendo definitivamente il futuro dell’istruzione palestinese».

Riferimenti normativi, dati e timori affidati ai vertici di UniCt affinché «si pronuncino con coraggio e senza ambiguità – si legge nella lettera – Il tempo delle esitazioni è finito. Occorre agire al più presto con la massima decisione per cercare di dare il nostro (certo limitato) contributo affinché il piano di occupazione totale di Gaza, in violazione di ogni diritto internazionale, venga impedito». Così come già fatto in altre università italiane, i docenti di UniCt propongono anche una serie di azioni concrete. Innanzitutto, «interrompere gli accordi e le relazioni formali con università israeliane» o non stipularne di nuovi – senza però penalizzare i singoli docenti israeliani -, così come nei confronti di «aziende israeliane con sede in territori palestinesi occupati illegalmente» e che, «come la Leonardo spa, producono dichiaratamente tecnologie belliche o sono suscettibili di dual use».

Al contempo, l’università di Catania dovrebbe spingere affinché «si rinnovi al più presto il bando nazionale Iupals per borse di studio destinate a studenti e studentesse palestinesi», ampliando il finanziamento in modo da permettere a tutti gli idonei dell’ultimo bando di venire subito a studiare in Italia. «Se tacciamo, se non interveniamo – concludono -, se lasciamo che, ancora una volta, questioni di (malintesa) opportunità politica abbiano la meglio sul senso di giustizia e sul rispetto del diritto, ne dovremo rispondere davanti ai nostri figli e figlie, ai nostri nipoti, alle nostre coscienze».


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