Laicamente, addio

Cosa è un funerale laico? Cosa comporta, dove e come si svolge? Qual è il grado di diffusione in Italia?
 E il testamento biologico? Cos’è? Tutti hanno capito che si tratta della decisione sul proprio fine vita? Queste le tematiche approfondite sabato 30 aprile in un incontro organizzato dal circolo catanese Uaar, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, nell’ex monastero dei Benedettini di Catania.
L’incontro si è aperto con la proiezione del documentario “Sia fatta la mia volontà” realizzato dalla cooperativa romana Schegge di cotone. Un documentario che racconta le difficoltà che devono affrontare  tre ragazze che rispondono alla chiamata della nonna che vorrebbe avere un funerale laico il giorno della sua scomparsa da questo mondo.

La loro ricerca da locale diventa nazionale in un viaggio ironico in cui intervistano personaggi famosi, esperti e gente comune e che abbraccia anche il tema del testamento biologico: “Due argomenti in apparenza slegati, ma in realtà appartenenti alla stessa tematica: la libertà di scelta” dice Salvo Zappalà, socio del circolo Uaar di Catania. Varie le risposte della gente, qualcuno crede che laico significhi anti-religioso piuttosto che semplicemente non-religioso, qualcuno è informato, qualcuno ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza. E varie le  realtà locali. Si va dalla assoluta assenza di almeno un luogo pubblico destinato appositamente alla celebrazione del rito funebre civile (come succede a Catania), passando da spazi piccoli e non adeguati, come ad esempio le camere mortuarie dei cimiteri, alla buona organizzazione di Torino dove non solo esistono spazi appositi e organizzati, ma ci sono anche i cerimonieri laici a dare supporto ad amici e parenti del defunto. “Non esiste un rito laico, un cerimoniale scandito in ogni sua parte come quello religioso. Si segue solo una struttura di base, ma ogni cerimonia è diversa perché al centro non c’è la religione, ma la persona e ogni persona è diversa” ha spiegato Richard Brown, console onorario britannico a Catania e celebrante riti laici. La necessità di un rito funebre  è importante anche per i non religiosi, coloro che hanno fatto una scelta laica nella vita e vogliono che venga rispettata anche nella morte, ognuno di noi ha diritto alla stessa dignità davanti alla morte, cattolico o no. “Il rito funebre deve essere rispettoso delle volontà del defunto, ma non serve a lui, serve a chi rimane a piangerlo, il commiato è una necessità di ogni essere umano” ha aggiunto Richard Brown. Se decidere per un funerale laico può risultare difficile nell’organizzazione, ancora più impervio è il terreno del testamento biologico, della volontà di ciascuno di decidere in merito alle terapie a cui intende sottoporsi oppure no in caso di non autosufficienza delle attività vitali o di incapacità ad esprimere il proprio consenso alle cure proposte. Il tema è salito alla ribalta della cronaca per casi come quello di Eluana Englaro, lasciata morire dopo una lunga battaglia portata avanti dal padre, il quale si opponeva a che la figlia continuasse un’ esistenza in stato vegetativo in cui si trovava a causa di un grave incidente di 16 anni prima; oppure  quello di Piergiorgio Welbi, malato di distrofia muscolare, completamente paralizzato a letto da anni, che ha chiesto che venissero interrotte le cure che lo tenevano in vita. Tali casi hanno scatenato un intenso dibattito e hanno evidenziato la necessità di una regolamentazione della materia, fin’ora assente. Il governo Berlusconi si è subito dato da fare per un decreto d’urgenza (bocciato dal presidente della Repubblica) e con un ddl poi. Questo è passato al senato già due anni fa, e lo scorso 27 aprile è approdato alla Camera ma subito rinviato al 18 maggio, dopo le elezioni amministrative.
 
È difficile però, decidere in materia. Fino a dove si spinge il limite per cui un governo può decidere di scelte così intime della vita di ogni cittadino, considerando anche la relatività delle parole usate? “Non è unanime il parere della comunità scientifica sul significato di termini come accanimento terapeutico o sostegno vitale” ha detto Francesco D’Alpa, medico neurofisiopatologo. “La medicina ha portato tante positività, ma ha in se il rischio di essere abusata. Un tempo era normale lasciare morire le persone – ha continuato – in punto di morte si chiamava il sacerdote, non il medico. Oggi questo non è più normale, invece”.


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