La scrittura come problema

Il laboratorio è un laboratorio. La scrittura viene proposta ai partecipanti non come strumento (“si usa così… si fa così…”) ma come problema (“eadesso, che facciamo? come la usiamo questa roba qui?”). Quindi il lavoro del docente (ossia il mio lavoro) non consiste tanto nell’insegnare delle tecniche e nel collaudarne l’apprendimento, quanto, appunto, nell’indurre uno spaesamento ulteriore e controllato.

Esempio. Un gesto reso banale dall’abitudine, ed effettivamente banale nella sua tecnicità (vado a vedere un luogo, prendo appunti, scatto foto, torno a casa, metto in ordine gli appunti, guardo le foto, scelgo una forma di esposizione, monto un testo con illustrazioni), viene reso problematico da indicazioni di scrittura peraltro a loro volta banali, quali ad esempio: scrivete il testo più lungo possibile; sostituite le fotografie con testi descrittivi delle fotografie stesse; durante la visita prendete obbligatoriamente almeno dieci pagine di appunti (ma quando si tratterà di scrivere, sarà vietato consultare gli appunti); scrivete usando esclusivamente parole reperite (lette, udite) sul posto; e così via. Lo scopo di queste indicazioni-restrizioni non è di far produrre testi con determinate caratteristiche, bensì di rendere problematico (anche da un punto di vista strettamente pratico) l’atto della scrittura.

Dopo lo “scontro” con una “scrittura problematica”, c’è la discussione. Le difficoltà incontrate, e le sorprese avvenute, nell’eseguire le operazioni di scrittura diventano materia di discussione. La discussione dovrà mettere in luce, dal punto di vista tecnico, le possibilità implicite in ciascuna specifica pratica di scrittura; ma dovrà soprattutto condurre i partecipanti a un diverso e nuovo approccio, pratico e teorico, con la scrittura. Quale? A ciascuno il suo. A me interessa solo far perdere ai partecipanti ogni naturalezza e ogni spontaneità, trasformare lo scrivere (e tutto il lavoro preparatorio allo scrivere) in un gesto innaturale e meditato.

Questo modo di lavorare fa sì che sia difficile, per me, rispondere a una domanda del tipo: “Dimmi che cosa farai e come lo farai”. Devo incontrare il gruppo, conoscerlo, attivarlo, osservare le reazioni, e agire di volta in volta improvvisando sulla base della mia esperienza.


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