La «e» senza accento si è iscritta in Lettere «Sconvolto dopo aver corretto gli scritti dei miei studenti»

Si è sempre scagliato contro la laudatio temporis acti, ha serenamente preso le distanze dai «colleghi che… una volta si studiava sul serio». E in generale, non ha mai condiviso le generalizzazioni sui «giovani d’oggi», preferendo la fiducia nel confronto diretto alla denigrazione aprioristica. Ma ieri Antonio Di Grado, dal 1973 docente di Letteratura italiana dell’Università di Catania­, «con un accorato senso di inutilità», ha messo via le prove in itinere appena corrette e si è arreso agli orrori grammaticali e allo sconforto dei numeri: «In passato – spiega -­ su cinquanta elaborati, erano mediamente tre o quattro quelli che non raggiungevano la soglia della sufficienza. Adesso siamo al 50 per cento, e lo realizzo per la prima volta». 

Sgomento comprensibile, quello di un professore universitario costretto a fare i conti con la «è» senza accento, prima ancora che con la banalizzazione, lo stravolgimento o la ridicolizzazione dei contenuti. «Mai, mai così scadenti. Sembra di leggere Frassica o Checco Zalone», dichiara accorato. Anche la migliore vocazione rischierebbe di arrendersi, perché a quanto sembra, non è più scontato che «egli» non va usato come pronome complemento, e forse bisognerà spiegare che quelli di Montale non erano esattamente gli «occhi di seppia». 

Non pare proprio sia questione di vecchio o di nuovo ordinamento: «C’è una differenza lampante tra gli studenti di oggi e quelli di appena vent’anni fa – ammette il docente – Lo noti anche a lezione: oggi ascoltano passivamente, mentre prima gli interventi erano continui, si stabiliva un dialogo. E si sperimentava insieme, ne veniva fuori una messa in scena del Rosario di De Roberto o un remake dei Comizi d’amore di Pasolini». 

Lo stacco ci sarebbe, però, tra gli studenti di triennale e quelli di specialistica. «Con i primi è tutto più difficile», nel caso dei secondi non si sente di generalizzare. «Ho sempre sostenuto la persistenza (e la resistenza) d’uno zoccolo duro di preparati­ e ­motivati. Ora non più», scrive su Facebook l’autore di Chi apre chiude

Da decenni, la sua prima lezione di letteratura italiana si apre con la stessa, onesta domanda: «Perché vi siete iscritti in Lettere?». Si narra che qualche anno accademico fa, dal fondo dell’aula, qualcuno abbia motivato la sua scelta con l’amore per «le materie umanitarie»

Ad annullare le differenze fra ieri e oggi, c’è però un dato paradossale. La prova in itinere di letteratura italiana rappresenta uno dei rarissimi momenti in cui un laureato in Lettere esercita l’abilità di scrittura e si espone a più facili smascheramenti. Quando Di Grado ha cominciato la sua attività accademica, le occasioni per scrivere erano frequenti «quanto oggi, vale a dire zero».


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«Ho sempre sostenuto la persistenza (e la resistenza) d'uno zoccolo duro di preparati ­e ­motivati. Ora non più, mi arrendo all'evidenza. Con sgomento, con un accorato senso di inutilità», scrive Antonio Di Grado, docente di Letteratura italiana dell'Università di Catania

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