In 15.000 per i R.E.M.

E’ fresca la serata romana, lo Stadio Olimpico ancora alle 18.00, appare desolatamente vuoto. Solo il parterre, pochi biglietti disponibili, è già stracolmo dei soli iscritti al fan club dei R.E.M. Il pubblico romano tarda ad arrivare; alla fine saremo non più di quindicimila spettatori a gremire la Curva Sud, la sola disponibile per il concerto. Banale la musica degli ZeroPositivo, la band che anticipa l’esibizione del trio di Athens.
Alle 21.30, in un attimo, con un balzo improvviso, scandito dalle urla eccitate del pubblico e dal buio totale dello stadio, raggiungono il palco i R.E.M. 

L’inizio è fulminante: I took your name, What’s the frequency, Kenneth?, entrambe estratte da Monster, e These days folgorano il pubblico che non può far altro che saltare e accompagnare Stipe & co.

Michael Stipe, coppola, giacca e pantalone scuri, camicia chiara e maschera blu in viso, non si ferma mai, corre a più non posso sul palco, coinvolgendo gli spettatori in un delirio continuo. Il pubblico in curva, freddino all’inizio, rimane per quasi l’intera durata del concerto in piedi, scandendo con batti mani a tempo e movimenti delle braccia le performance della band americana. Il concerto fa parte, pur sempre, del tour promozionale dell’ultimo album, Around the Sun, da cui verranno estratti cinque pezzi, uno dei quali, Electron Blue, dedicato al “caro amico siciliano, Francesco Virlinzi”. Final Straw è un inno contro la politica dell’amministrazione repubblicana di Bush, contro cui i R.E.M si sono sempre espressi negativamente. Le canzoni dell’ultimo album, scelte per il concerto, però, poco si addicono per un’esibizione rock; il pubblico se ne accorge e ne aspetta la conclusione. Dimenticato Reveal da cui i R.E.M. preferiscono eseguire la sola e più famosa, Imitation of life, il concerto è emozionante. In rapida sequenza si alternano pezzi memorabili. Lo stadio è assordato dall’elettricità di Leave, pochi ne ricordano la provenienza, ma tutti ne apprezzano il suono metallico.

Everybody Hurts e Nightswimming, raccolgono con intima partecipazione il canto del pubblico. Stipe preferisce cedere il passo alle voci che si elevano dagli spalti, porgendo più volte il microfono. Mille, cinquemila, diecimila, lucine accese, i cellulari collegati con mille altre parti per far assaporare queste emozioni a quanti non ne hanno potuto godere.

Concluso il fiero incedere di Walk Unafraid, di colpo il silenzio, un battito di bacchette ne anticipa il tempo e in un attimo, ecco Peter Buck intonare, Losing my religion. Lo stadio impazza, i salti del pubblico formano un’onda impercettibile che Michael avrebbe voglia di cavalcare. Mike Mills sorride soddisfatto, la band prolunga il più possibile questo momento.

I fogli della scaletta si perdono tra le braccia dei fans delle prime file, il berretto di Michael dopo mille piroette finisce dentro lo zaino di un ragazzo, il concerto si avvia al termine. Man on the moon sarà l’ultima canzone, dopo appena un’ora e cinquanta minuti di concerto. Forse sono mancate alcune canzoni (vedi It’s the end of the world), ma in definitiva il pubblico è soddisfatto e la serata, alla fine del concerto sembra finalmente estiva e più calda di come fosse iniziata.

SETLIST:
I took your name – What’s the frequency, Kenneth? – These Days – The Outsiders – Driver 8 – Bad Day – Leaving New York – Leave – Animal – Everybody Hurts – Electron Blue – Electrolite – Me in Honey – Orange Crush – Final Straw – The One I Love – Walk Unafraid – Losing My Religion. Bis: Imitation of Life – Get Up – The Great Beyond – Wanderlust – Nightswimming – I’m Gonna DJ – Man On the Moon. 

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