Il trionfo della vita a cento gradi sotto zero. La marcia dei pinguini

Il grande amore per la natura del regista Luc Jacquet ha dato vita a un film straordinario, che parla proprio di amore, di vita, di sacrificio e dignità, attributi generalmente riferiti agli umani, ma che nella pellicola si adattano perfettamente a una specie animale molto singolare e finora poco raccontata, quella dei pinguini imperatori.

Da sempre appassionato della fauna, da anni redattore di una rivista specializzata e fotografo, il biologo animale Luc Jacquet quattro anni fa comincia a scrivere una storia che incuriosisce subito i produttori, i quali col tempo gli permetteranno anche di farne un film per il cinema, anziché a un documentario Tv (come era stato previsto all’inizio). Finché un giorno Jacquet non partirà realmente per un’avventura unica e pericolosa, destinata a riservargli un posto nella storia del cinema e del documentario, con al seguito una troupe di ventotto persone, diretti verso un luogo dell’Antartide lontano trenta ore di aereo da qualunque cosa ricordi la civiltà umana, a una temperatura media di – 40° (e che talvolta raggiunge i – 100°). Un’avventura che lo vedrà tornare a casa con in tasca 120 ore di girato e la possibilità di mostrare al mondo una storia nuova e indimenticabile, proveniente da un altro mondo.

La troupe ha seguito i pinguini imperatori nella loro marcia annuale verso il luogo dell’accoppiamento (che ogni anno è sempre lo stesso) e ha mostrato la loro lotta per la sopravvivenza, minacciata dalle condizioni atmosferiche e dai predatori. Per orientarsi nel cammino, i pennuti si lasciano guidare dagli astri nel cielo e dai campi magnetici terrestri, le femmine si sfidano a duello per conquistare un compagno (i maschi muoiono più facilmente e sono meno numerosi) e dimostrano uno speciale attaccamento al cucciolo, in seguito al quale spesso impazziscono quando il piccolo muore. Ma una cosa ancora più sorprendente è che dopo essersi scelti, i pinguini formano una coppia fissa, il cui agire è totalmente finalizzato alla difesa e alla cura del piccolo. Questo è estremamente vulnerabile e morirebbe al solo contatto col ghiaccio, per cui dev’essere custodito dai genitori al riparo delle loro piume e rimanere in equilibrio sulle loro zampe. Impresa non facile, che commuove quando si conclude positivamente, e addolora nel caso contrario. Questo e altro ci viene raccontato da una voce narrante che nella versione italiana è quella di Fiorello, nell’originale appartiene invece a Morgan Freeman.

Il film, che sta mettendo d’accordo critica e pubblico in una comune acclamazione, non è solo uno dei quindici documentari in lista per l’Oscar (più avanti ne verranno scelti cinque per la selezione finale), non è semplicemente il documentario che ha incassato ottanta milioni di dollari negli Stati Uniti, il più visto dopo Fahrenheit 9/11. È soprattutto un esperimento che soddisfa in pieno un obiettivo antico, ostacolato da una innata contraddizione: quello di coniugare in maniera spontanea ma efficace il realismo del mondo che si descrive con la forza passionale e drammatica tipica del cinema di finzione. Un tentativo ambizioso e raramente raggiunto, inseguito da cineasti di tutto il mondo sin dalla nascita dell’industria cinematografica. 

Links utili
www.lamarciadeipinguini.it


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