Il PD, i silenzi su Raffaele Lombardo e Cosa nostra

SI ACCENDE IL DIBATTITO DOPO LA CONDANNA DELL’EX PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIANA, RAFFAELE LOMBARDO. LA PAROLA A…MARI ALBANESE (in allegato altri punti di vista sul caso)

NEGLI ANNI ’70 IL FILOSOFO SICILIANO MARIO MINEO DICEVA CHE PER FARE POLITICA IN SICILIA BISOGNAVA SCONTRARSI CON LA MAFIA. L’ESATTO CONTRARIO DI QUELLO CHE HA FATTO LA SINISTRA IN SICILIA DA ACHILLE OCCHETTO A OGGI

di Mari Albanese

Mario Mineo già negli anni Settanta del secolo passato sosteneva che fare politica in Sicilia significava cercare lo scontro frontale con la mafia. E la raccontava niente di meno che al Pci di Achille Occhetto che con finta ingenuità rispondeva tacciandolo di follia. Additare stranezze al grande intellettuale palermitano significava nascondere delle verità lapalissiane che ancora oggi urlano la loro evidenza. Ma la società siciliana ha smesso di indignarsi, anzi crea i propri eroi, ne ha bisogno.

È il caso dell’ex governatore Totò Cuffaro che, grazie al suo amore per la Madonna e al suo “sacrificio” in galera, è ritornato ad essere l’eroe di molti. In fondo, non ha pagato lui in maniera solitaria le colpe di un’intera classe dirigente? E quel suo libro, scritto così tanto bene e apprezzato anche da sinistra, neanche fossero le memorie di Gramsci, che lo erge come un mistico al di là del bene e del male, non è la risposta dell’eroe al sacrificio della croce?

Poi arriva lo psichiatra catanese che ama i disegni convulsi, con la sua capigliatura ribelle, l’antitesi del vasa vasa: piuttosto chiuso, enigmatico, poco amato, non avvezzo ai bagni di folla. Quanto sono stati diversi, nel loro apparire, i due governatori siciliani, ma uniti da un unico grande destino: ovvero i loro rapporti con gente poco affidabile, tradotto nel nostro idioma, con uomini in odore di mafia o mafiosi per dirla tutta e in maniera corretta.

Il primo sta pagando, il secondo dovrà ancora sopportare la trafila degli appelli. Ma un dato è ormai evidente, anni di buio, di oscurantismo culturale e sociale che hanno portato a questi risultati inquietanti: se si vuole governare in Sicilia non si può non entrare in contatto con la mafia, discutere di appalti, baciarla in pubblica piazza.

Questa asserzione sembra porsi in antitesi all’affermazione di Mario Mineo: non uno scontro, ma una pax che pare attrarre intere classi dirigenti. Nessuna esclusa o quasi. La condanna in primo grado del catanese Raffaele Lombardo non ha infatti destato molto clamore, neppure tra le fila del Partito Democratico che pure avrebbe motivi per arrossire come un bambino alle prese con i suoi primi raggi di sole.

Una scottatura che fa male, un abbaglio che acceca quando si mira alle poltrone e al potere. Lucida follia che non impedisce il silenzio strategico, tacere e lasciare che l’oblio faccia il suo corso. Tanto è risaputo che i siciliani hanno la memoria corta… si ricorderanno forse del sostegno siciliano tutto ‘tecnico’, si fa per dire, al Governo Lombardo?

Mario Centorrino infatti non era un uomo d’apparato, ma famoso per le sue doti culturali messe al sevizio della formazione siciliana. Eppure pochi anni prima si esibiva come un baluardo di legalità la candidatura di Rita Borsellino, poi soppiantata dell’evergreen Anna Finocchiaro. Ma insomma qualcuno potrebbe dire qualcosa in merito a questa triste ed equivoca faccenda? Che avesse ragione Rosi Bindi, oggi presidente della commissione nazionale Antimafia, quando chiedeva al PD siciliano di ritirare il suo appoggio a Lombardo?

La condanna in primo grado pesa come un macigno sulle coscienze dei siciliani onesti che moralmente hanno creduto di votare un Partito alternativo alle scelte dissennate dei loro governatori e che si sono ritrovati, loro malgrado, ad essere parte ineluttabile di contatti presunti e provati con il ‘Partito’ più importante dell’Isola, ovvero con la mafia.

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