“Il mondo deve sapere” – Michela Murgia

“Ciao Lettore, sei interessato ad un elaborato del pensiero comunicativo offerto su una piattaforma informativa di livello accademico?”

Se trovate insopportabile un attacco giornalistico di questo tenore, è venuto il momento di leggere “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia, un romanzo, e prima ancora un blog, che racconta l’esperienza di una telefonista precaria.

L’autrice, per un mese,  ha venduto in un call center aspirapolveri (ma guai a chiamarli così) a malcapitate casalinghe per conto della Kirby, una multinazionale americana tutta slogan e tecniche di marketing. Intanto, come si legge nella prefazione, “prendeva nota di tecniche di persuasione e castighi aziendali, in un modello lavorativo a metà tra il berlusconismo e Scientology.”

Avrete capito che si ride, ma si ride amaro.

Ad esempio: quella di chi si commuove nel ricevere il premio motivazionale mensile (un portachiavi) è riposante stupidità o plagio mentale di chi elargisce gratificazioni a giovani che altre gratificazioni non hanno avuto nella vita? E la meschina donna manager che tiranneggia le telefoniste è un aguzzino spietato o una persona che ha avuto dall’azienda l’unica opportunità di essere qualcosa? (non qualcuno, sarebbe troppo).

E il venditore porta a porta di Kirby è uno squalo tritura casalinghe il cui morso costa anche 4.000 euro (per un aspirapolvere!) o uno finito nell’ingranaggio, che sbrana per non essere sbranato a sua volta?

Dall’altra parte della barricata, pardon, della cornetta ci sono poi loro, anzi noi, quelli che ricevono la chiamata per una dimostrazione pubblicitaria, quelli che hanno vinto un buono omaggio per una pulizia gratuita del tappeto, quelli che devono solo dare un parere, senza obbligo di acquisto, quelli che sono stati segnalati dalla cognata o dal parroco per ricevere indispensabili informazioni sul Kirby che fa il lavoro di 10 elettrodomestici e ne costa come 30.

Michela Murgia dipinge così, con allegro cinismo, la nostra società di giovani Co. Co. Pro, di vacanze a Marbella per surrogarsi il successo, di casalinghe rassegnate, di obiettivi aziendali, di macchinari americani multifunzionali col brevetto della NASA che svolgono settanta lavori (sì, è sempre l’aspirapolvere della Kirby), della menzogna in maschera col lasciapassare della psicologia.

Una prosa piacevolissima che è testimonianza e denuncia, ma soprattutto un pugno al basso ventre di chi percepisce questo nuovo stile di vita avanzante, l’intero nostro modo di relazionarci, come meraviglioso e desiderabile, quando invece l’unica cosa originale che stiamo creando è il proliferare della standardizzazione e dell’imbroglio, magari nel nome del tengo famiglia che in Italia funziona sempre.

Sembriamo non accorgerci che ci siamo autoincastrati in un ambiente artificiale mentre avanza il deserto di percezioni, di emozioni e di senso di appartenenza all’umanità. Ho esagerato? Lo spero. Leggete, però, cosa diceva Pasolini, trenta anni fa: “il potere della società dei consumi, invece, riesce a ottenerla (l’omologazione) perfettamente e questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che non ce ne siamo resi conto, è avvenuta in questi ultimi cinque, sei, sette, dieci anni… è stato una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi, sparire. Adesso, risvegliandoci, forse, da questo incubo, e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare”.

Se è questo che vuole dirci Michela Murgia, io gliene sono personalmente grato. Se non altro per avermelo riferito così, col sorriso sulle labbra, come se dovesse vendermi un aspirapolvere Kirby.


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