Il lievito di Catania

«Per questo è puttana Catania, perché ha tante anime ed una sola risata. E perciò uno si innamora, viene tradito continuamente e continua egualmente ad amarla»

Giuseppe Fava

Catania è puttana, lo scriveva Pippo Fava quando la mia generazione doveva ancora muovere i primi passi barcollanti. Lui non era catanese di nascita, ma riusciva a sviscerare vizi e virtù di questa città meglio dei vecchietti che giocano a carte sotto gli alberi della villa Varagghi. Siamo una generazione strana, siamo i catanesi per sbaglio: viviamo in paesini pieni di altri bizzarri pendolari come noi, ma siamo cresciuti con il mito della passeggiata in via Etnea. Nati a chilometri di distanza dalle mura di Carlo V, le scuole dove ci siamo diplomati si chiamano Boggio Lera, Spedalieri, Cutelli, Eredia. Siamo quelli cresciuti con le immagini degli arrestati nelle megapagine su La Sicilia e per lunghi anni a ogni apertura di tg i nostri genitori puntualmente chiedevano «quanti n’ammazzanu oggi?».

Una delle prime fotografie contenute nel volume “Catania” edito dall’Ance è una veduta del cortile del Monastero dei Benedettini. Il posto dal quale abbiamo imparato in questi anni a vedere Catania è proprio quello: una polverosa, affollata e caldissima auletta posta laddove un tempo monaci panciuti passeggiavano vangelo alla mano.

Quell’angolo di città sta insegnando tanto a moltissima gente; chi ogni giorno legge le nostre parole e ascolta le nostre voci dovrebbe sapere che noi il mondo lo guardiamo da lì. Ma quell’angolo di mondo diventa anche l’ultimo luogo che guardiamo con vero rammarico – forse secondo solo alla porta di casa – quando andiamo via.

Noi siamo catanesi per sbaglio e Catania, con quella sua spittizza burbera, ci manda via. Milano, Roma, l’Europa o qualche isola nel Pacifico… tutti prima o poi prendiamo una valigia. «Lavoro? E col mestiere che voglio fare dove vado?». «La specialistica? No, qui non proseguo». «Se vuoi scrivere per guadagnare puoi andare solo in pochi posti, ma tanto sono già tutti presi da chi sappiamo noi». Questo si può sentire se ci si accosta per un momento a quelle aulette afose e polverose.
Tra un caffè che sa di veleno e una sigaretta smozzicata in mezzo ai ciottoli grigiastri, tutti pensano solo al momento in cui – se riesce, dopo aver indossato una toga nera di lycra – si deve dire addio a quella città che ti ammalia e poi ti tradisce. Ecco che torna la puttana…

«Sono certo che il suo pensiero, le sue idee potranno essere Lievito per questa Città» scrive Andrea Vecchio nella lettera di presentazione del progetto. No, non sono le idee degli intellettuali il lievito di Catania. Siamo noi, ma non lo sapete o non volete rendervene conto.

Mandateci ancora via e continuate a parlare di quanto sia utile il volontariato a Librino. Sbatteteci ancora una porta in faccia mentre vi lamentate del sindaco e del dissesto. Continuate a turarvi le orecchie, a dire quanto sia cattivo quell’editore là, e scannatevi quando c’è da mettere assieme le forze. Noi siamo ai quattro canti, pronti a farvi sentire la nostra voce. Uno alla volta ci sfiancate, demolite il nostro spirito, dite che non c’è posto per noi.

Forse non dovremmo biasimarvi, d’altronde siete tutti figli della bella meretrice che vende la dignità al prezzo di un chilo di pasta.

Ma noi, i catanesi per sbaglio, in quella puttana ci crediamo. La continuiamo a raccontare, anche se voi ci guardate con condiscendenza dandoci un buffetto sulla testa. Sarebbe meglio se ogni tanto ci deste uno schiaffo, ma solo se la nostra voglia di restare e il nostro impegno quotidiano venissero meno. Magari sceglieremmo di restare e i nostri figli sarebbero catanesi e basta.

Carmen Valisano ha 25 anni ed è laureanda in Lingue e letterature straniere all’Università di Catania. Giornalista pubblicista da un anno, scrive per Step1 dal 2005. 


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