Il grande Travaglio dell’informazione italiana

«Un libro che andrebbe letto nelle scuole e nelle Università». Così la giornalista Pinella Leocata, tra le relatrici dell’incontro, parla del libro che Marco Travaglio è stato invitato a presentare a Catania venerdì scorso.

Dal momento in cui lo scrittore inizia a parlare, il pubblico esplode in risate; la sua ben nota ironia riesce a smuovere l’auditorio, che nonostante i sorrisi comprende chiaramente il messaggio: la situazione dell’informazione in Italia è sempre peggiore.

Travaglio non è certo tipo da giri di parole: la colpa è dell’opinionismo e della faziosità che caratterizzano ormai il giornalismo, soprattutto quello televisivo. I fatti non sono riferiti per quello che sono, ma diventano materia modellabile a proprio piacimento: non si scontenta nessuno, non si offende nessuno e pazienza se così non si informa più.

Il libro racconta i fatti che negli ultimi anni sono stati manipolati; l’impressione che se ne ricava è che l’imbroglio mediatico sia una scienza in evoluzione.

Il primo stadio è quello dell’occultamento più banale: invece di parlare della notizia ci si dedica a questioni ben più neutre. Esempio classico: il Tg che nel primo giorno dell’inchiesta su Antonveneta si dedica alla pastasciutta. La versione più raffinata si ottiene gonfiando tanto un fatto da farlo diventare “il caso dell’anno” a scapito di ben più scottanti argomenti: si veda il dibattito infinito sul delitto di Cogne mentre si svolgono processi per corruzione ad alte cariche dello Stato. Si arriva quindi alla tecnica del dibattito scatenato che però non smuove nulla, visto che gli intervenuti si prodigano in opinioni personali perlopiù senza neanche conoscere i documenti. Ma il culmine si raggiunge con la modificazione delle parole: i prescritti diventano assolti, i latitanti sono solo degli esuli… e i fatti ne escono completamente ribaltati. Guai a presentarsi informati, carte alla mano: si verrà certamente tacciati di essere giustizialisti.

La presentazione del libro è inoltre un’occasione per parlare del nuovo disegno di legge sulle intercettazioni, già approvato alla Camera, contro il quale Travaglio si è già espresso più volte nei suoi recenti articoli ed interventi. Del suo stesso parere è anche il magistrato Marisa Acagnino, anche lei una delle relatrici dell’incontro: «…di questo passo si rischia di impedire l’accesso ai fatti, creando una stampa ancor più addomesticata e rendendo la magistratura ancora più paurosa».

Nessuna buona notizia, allora? Cosa ci rimane da fare, oltre ad indignarci?

Per Marco Travaglio rimane qualcosa per cui essere ottimisti: «Se ancora oggi vengono investiti enormi capitali ed energie per occultare quelle poche notizie che rimangono, vuol dire che non hanno ancora completato l’opera. Il nostro compito è proprio quello di non fargliela completare. Per questo dobbiamo informarci il più possibile, andando a cercare quelle poche trasmissioni, libri, giornali, siti internet, occasioni pubbliche che ci informino realmente».


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