Il cucchiaio nelle orecchie/ Per una vita senza privacy (pronuncia privaci)

Una signora grida fammi parlare, lo grida tante volte, in effetti parla grida perloppiù si potrebbe pensare, obbligati a ascoltarla al telefonino, che non stia permettendo al suo interlocutore di parlare di gridare, quando però comincia a nominare il sangue l’autobus si ferma, chi aspetta alla fermata impreca alla luna di mezzogiorno. Certo anche noi passeggeri della linea 101 siamo un po’ spiazzati perché improvvisamente l’autista riprende a muoversi e imbocca o imbrocca a ‘u’ la via per il Borgo, quartiere scapestrato tuttavia poco adatto alla pancia mastodontica della linea 101, come sapete un doppio animale di fatto, un millepiedi a ventiquattro ruote più soffietto al quarume di qualità. Ma anche lui ha la ‘u’ di taverso e finalmente veniamo a capo tutti noi passeggeri del capzius dolendi (nella premiata officina di parole e pensieri non troverete l’erronea traduzione esatta), della terribile verità che cela quella telefonata: ci viene data, sbattuta nelle orecchie come non ci fossimo, come non fossimo per nostra aurea natura curtigghiari, come se, insomma, non ci fosse pubblico in questa allegra tragedia in corso da applaudire, un primo dato: primo, dico del sangue che hai lasciato sul lenzuolo stanotte ma stamattina non c’eri e dove sei stato poi? Un secondo dato: secondo, ma dove sei stato poi da quella che si copre i nei coi tatuaggi? Guarda che io la conosco meglio di te e conosco pure quello che gli ha fatto i tatuaggi. Noi spettatori di questo teatro dei nostri tempi, conosciamo un po’ di più il mondo al prezzo giusto di un biglietto di un euro e trenta.


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Una signora grida fammi parlare, lo grida tante volte, in effetti parla grida perloppiù si potrebbe pensare, obbligati a ascoltarla al telefonino, che non stia permettendo al suo interlocutore di parlare di gridare, quando però comincia a nominare il sangue l’autobus si ferma, chi aspetta alla fermata impreca alla luna di mezzogiorno. Certo anche noi passeggeri della linea 101 siamo un po’ spiazzati perché improvvisamente l’autista riprende a muoversi e imbocca o imbrocca a ‘u’ la via per il borgo, quartiere scapestrato tuttavia poco adatto alla pancia mastodontica della linea 101, come sapete un doppio animale di fatto, un millepiedi a ventiquattro ruote più soffietto al quarume di qualità. Ma anche lui ha la ‘u’ di taverso e finalmente veniamo a capo tutti noi passeggeri del capzius dolendi (nella premiata officina di parole e pensieri non troverete l’erronea traduzione esatta), della terribile verità che cela quella telefonata: ci viene data, sbattuta nelle orecchie come non ci fossimo, come non fossimo per nostra aurea natura curtigghiari, come se, insomma, non ci fosse pubblico in questa allegra tragedia in corso da applaudire, un primo dato: primo, dico del sangue che hai lasciato sul lenzuolo stanotte ma stamattina non c’eri e dove sei stato poi? un secondo dato: secondo, ma dove sei stato poi da quella che si copre i nei coi tatuaggi? guarda che io la conosco meglio di te e conosco pure quello che gli ha fatto i tatuaggi. Noi spettatori di questo teatro dei nostri tempi, conosciamo un po’ di più il mondo al prezzo giusto di un biglietto di un euro e trenta.

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