Il caro carburante e lo sciopero degli autotrasportatori «Hanno ragione ma non si può bloccare un’intera filiera»

L’aumento dei prezzi, dal carburante al costo dei pedaggi del trasporto su gomma fino a quello dei biglietti dei traghetti, sta mettendo in difficoltà interi comparti dell’agroalimentare. Tre giorni di proteste hanno creato lunghe code all’ingresso dello svincolo di San Gregorio sulla A18, l’autostrada che collega Catania a Messina. Tra i motivi della manifestazione organizzata dal consorzio Aias, l’associazione imprese autotrasportatori siciliani, c’è l’aumento dei prezzi del carburante che sta comportando diversi disagi in tutti i settori del trasporto. Con ricadute non indifferenti su tutta la filiera. «Si rischia una guerra tra poveri», è il timore del presidente della Regione Nello Musumeci, ieri in visita al sit-in per rassicurare gli autotrasportatori. Ovvero coloro che, anche a seguito del faccia a faccia con il governatore siciliano e con l’assessore regionale ai Trasporti Marco Falcone, non intendono mollare di un centimetro. 

Sebbene nel merito la protesta appaia meritevole di considerazione da parte delle associazioni di categoria, nel metodo lo sciopero guidato dal presidente Giuseppe Richichi non è condiviso da tutti. «Continueremo a oltranza fino a quando il ministero non ci riceverà», tuona Richichi. Nel frattempo, però, si rischia di fare più danni di quanto non ne stia già facendo il caro carburanti. A pagarne le conseguenze sono gli allevatori, che non possono più nutrire il bestiame, e gli agricoltori che stanno registrando perdite considerevoli derivanti dalla mancata allocazione dei prodotti. La maggior parte dei quali – si tratta dei prodotti ortofrutticoli pronti allo smercio – in procinto di andare a male e ormai non più commestibili. A risentirne sono pure i supermercati. Perché se la merce non parte, non può nemmeno arrivare a destinazione. 

Mentre gli autotrasportatori vanno avanti a oltranza, almeno fino a quando il ministero non li riceverà, gli attori della filiera produttiva non risparmiano critiche. «I motivi della protesta sono sensati – sostiene a MeridioNews il presidente di Confartigianato Sicilia Salvo Di Piazza -, il caro carburante sta mettendo in ginocchio un settore, paghiamo troppe accise sui carburanti e nonostante le richieste di concertazione oggi tutto tace da parte del governo nazionale». Al contempo, però, metodi e dinamiche della protesta sembrano fuori portata. «Il dialogo è alla base di tutto e non condividiamo manifestazioni violente e non autorizzate – prosegue Di Piazza -, ma la situazione è sfuggita di mano un po’ a tutti e ho come l’impressione che il governo non stia prendendo sul serio la cosa – aggiunge -. Durante lo scoppio della pandemia abbiamo sostenuto l’economia del Paese e, per questo, ci aspettiamo una riconoscenza che fino a ora continua a non esserci». 

Anche per questo, per Confartigianato, è meglio «tenere i mezzi fermi – incalza Di Piazza – piuttosto che continuare a sostenere costi esosi e che salgono in modo repentino». Sull’isola, stando ai dati di Confartigianato, si registrano oltre 6mila imprese di trasporto, di cui quasi 3mila artigiane. Tutte logorate dagli aumenti di energia elettrica e gasolio. Per la prima, rispetto a gennaio 2020 si registra un aumento pari a 3,5 volte con un picco a dicembre 2021 e una stabilizzazione a gennaio 2022. Per quanto attiene, invece, al costo del carburante, a gennaio 2022 si registra un aumento di quasi il 20 per cento rispetto allo scorso anno. Il rischio è l’effetto a cascata sui supermercati. 

«Sebbene i motivi fondanti delle proteste siano assolutamente meritevoli – sostiene il direttore generale del gruppo ArenaGiovanni Arena al nostro giornale -, non condividiamo i metodi perché anche la nostra categoria subisce i rincari, soprattutto quelli del caro bollette, ma non abbiamo bloccato le strade». Anche Arena, come Di Piazza, predilige la soluzione dei tavoli di confronto tra ministero e soggetti coinvolti. «In uno stato di diritto non possono accettarsi manifestazioni non autorizzate – afferma Arena -, i mercati ortofrutticoli di Vittoria e Catania sono fermi, la zona industriale è paralizzata – aggiunge – sarebbe preferibile continuare la dovuta vertenza nei tavoli istituzionali, invitando al più presto al ritorno alla normalità per evitare ulteriori disagi all’apparato produttivo e distributivo della nostra isola». 

Proprio le istituzioni, almeno quelle regionali, si sono presentate ieri mattina al casello, poco prima dello svincolo per San Gregorio, per dare il loro sostegno agli autotrasportatori, promettendo di stanziare dieci milioni di euro. «Questi ultimi sono stati già concessi ancora prima di queste proteste – spiega Di Piazza – e potrebbero prospettare una soluzione per l’attraversamento dello Stretto che, ogni giorno, al di là della perdita delle ore di lavoro, causa costi insostenibili (che variano in base alla lunghezza del mezzo, ndr) e che rappresentano una diretta conseguenza della condizione di insularità che viviamo». La stessa che all’economia siciliana costa circa 6 miliardi di euro secondo le stime della commissione paritetica della Regione Sicilia. «Anche se nel merito hanno ragione, la protesta è sbagliata nel metodo – ribadisce a MeridioNews il presidente della confederazione italiana degli agricoltori Sicilia (Cia) Giuseppe Di Silvestro – rischiamo di perdere fette di mercato, se pensiamo agli ortaggi possono buttarsi, anche il territorio risulta penalizzato per una protesta nei confronti del governo che sta influendo negativamente anche su cittadini e lavoratori». Tornando ai motivi della protesta, le associazioni di categoria che sembrano tutte d’accordo nel sedersi ai tavoli, avrebbero anche delle soluzioni. «Basterebbe defiscalizzare il gasolio e pagare solo l’aumento del prodotto e non delle accise», è una delle soluzioni proponibili da Arena ai tavoli istituzionali. 


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