Hotspot Lampedusa, Viminale decide di chiuderlo «Dopo incendio, per consentire la ristrutturazione»

«Ho trovato una situazione ai limiti dell’immaginabile, i migranti da tempo erano costretti a vivere negli stessi luoghi dichiarati inagibili». A distanza di 36 ore dalle foto scattate all’interno dell’hotspot di Lampedusa, dalla voce di Costantino Saporito, sindacalista Usb dei vigili del fuoco, emerge il misto tra incredulità e indignazione seguita alla scoperta dello stato in cui versa parte dei locali, che fino a oggi hanno ospitato i migranti giunti sull’isola. Proprio ieri, il ministero degli Interni ha annunciato la decisione di chiudere temporaneamente la struttura. Opzione arrivata a margine di un incontro tra il capo dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, il direttore centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere e il sindaco di Lampedusa Totò Martello

All’origine della scelta del Viminale c’è l’incendio che nei giorni scorsi è divampato nell’hotspot. Nei propositi del ministero c’è il «progressivo e veloce svuotamento della struttura, per consentire l’esecuzione dei lavori di ristrutturazione, a partire da quelli già programmati, riguardanti la recinzione, i locali mensa e la videosorveglianza». Dal canto suo, Saporito sottolinea come la situazione fosse ai limite del sostenibile già da prima. «Gli incendi precedenti avevano già reso inutilizzabile larga parte del centro, eppure quelle stesse aree che non è stato possibile sgomberare dai rifiuti e dai detriti erano lasciate a disposizione dei migranti».

A salutare con favore la chiusura è Martello, da tempo critico sulle modalità di gestione della struttura e che più volte ha sostenuto che la permanenza a oltranza dei migranti nell’isola avrebbe portato a un aumento della criminalità. «Dalle indicazioni del ministero mi pare di potere dire che in futuro quello di Lampedusa non sarà più un porto che accoglierà gli sbarchi», commenta il primo cittadino a MeridioNews. A lamentare il mancato rispetto delle tempistiche previste dalla normativa in merito agli hotspot – con la permanenza che dovrebbe essere limitata a un paio di giorni a fronte di casi in cui i migranti vi rimangono anche per mesi – è stata pure la Croce rossa che, insieme a Misericordie, gestisce il centro. 

Negli ultimi mesi il centro – la cui chiusura è invocata anche dagli attivisti del collettivo Askavusa, che chiedono anche la smilitarizzazione dell’isola – è stato al centro a diversi fatti di cronaca, spesso legati alle proteste dei migranti ospitati. A gennaio, un gruppo di tunisini ha inscenato prima uno sciopero della famementre alcuni si sono cuciti la bocca con ago e filo. In precedenza, invece, un giovane si è suicidato in una casa disabitata non lontana dall’hotspot. Stando a quanto appreso da MeridioNews, il migrante da tempo avrebbe mostrato segni di disagio psichico.


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