Gettonopoli a Messina, le motivazioni delle condanne  «Unico obiettivo dei consiglieri arrivare a 2mila euro»

Centotrentanove pagine per argomentare le motivazioni della sentenza dei giudici della prima sezione penale del tribunale di Messina che il 3 luglio del 2017 hanno condannato 17 consiglieri comunali finiti al centro dell’inchiesta Gettonopoli sulle presenze lampo dei rappresentati del civico consesso durante le sedute di commissione a palazzo Zanca. 

«Effimeri e fugaci ingressi». Così i magistrati definiscono la presenza dei 17 imputati condannati a conclusione del giudizio di primo grado. Nell’analisi si sottolinea che «in alcuni casi si è accertato come le commissioni consiliari fossero vuoti involucri, riempiti solo formalmente ed apparentemente di contenuti, all’unico scopo di legittimare sedute che fossero idonee a far raggiungere ai consiglieri comunali, per ciascun mese, un numero di presenze cartoleria pari al limite minimo necessario per l’erogazione del gettone di presenza nella sua misura massima». 

E ancora «l’unico obiettivo preso di mira dai consiglieri è risultato, in un clima assolutamente desolante, quello di raggiungere un determinato budget di presenze, per arrivare – indipendentemente dalla produttività voluta dalla legge – a quel massimo di 39 gettoni di presenza pagati, ciascuno del valore di 56,04 euro, che avrebbero consentito a ciascun consigliere di percepire un ammontare di 2.184,82 euro netti al mese, cui andrebbero aggiunti eventuali rimborsi ai datori di lavoro per il tempo impiegato al di fuori dell’ufficio per svolgere la propria attività politica». 

Durante i tre mesi di indagini della Digos che ha posizionato anche delle telecamere nella sala commissione e in quella antistante «si è assistito ad un’affannosa corsa contro il tempo al fine di accumulare quante più presenze possibili, mediante la semplice apposizione di firma non seguita da alcuna partecipazione, in un imbarazzante quadro di illegalità diffusa che involge il totale disprezzo delle norme e delle istituzioni». E agli avvocati che hanno difeso i consiglieri, i magistrati scrivono che «la generale prassi illegale, invocata dalle difese a fondamento delle condotte contestate agli odierni imputati, non può certo rappresentare valida sostenibile giustificazione di alcunché, testimoniando, invece, la stessa una radicata e pervicace insensibilità dei consiglieri comunali all’osservanza delle regole».

Queste le condanne: 4 anni a Nino Carreri, Santi Sorrenti, Andrea Consolo, AngeloBurrascano, Pio Amedeo, Nicola Crisafi e Carmelina David; 4 anni e tre mesi per Fabrizio Sottile e Paolo David; 4 anni e 6 mesi per Carlo Abbate, Daniele Zuccarello e Benedetto Vaccarino; 4 anni e 8 mesi per Piero Adamo e Nicola Cucinotta; 4 anni e 10 mesi per Giovanna Crifò. Condannati a tre mesi Nora Scuderi e Libero Gioveni per i quali il pm aveva chiesto l’assoluzione. Per tutti interdizione dai pubblici uffici per la durata di 5 anni. 


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I giudici che a luglio hanno condannato 17 consiglieri argomentano le ragioni della sentenza in 139 pagine. Le telecamere piazzate dalla Digos hanno immortalato «un’affannosa corsa contro il tempo per accumulare quante più presenze possibili, con la semplice apposizione di firma non seguita da alcuna partecipazione»

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