Fondi europei: l’Italia fanalino di coda di tutta l’Europa

PERSINO LA GRECIA HA FATTO MEGLIO DELLA NOSTRA ISOLA. SPAGNA, IRLANDA. FINLANDIA E GERMANIA NON HANNO QUASI PIU’ REGIONI A REDDITO INFERIORE ALLA MEDIA EUROPEA. NEL MEZZOGIORNO DEL NOSTRO PAESE, INVECE, QUEI POCHI SOLDI CHE SI SPENDONO SOSTITUISCONO I MANCATI INTERVENTI ORDINARI DELLO STATO (E. NEL CASO DELLA SICILIA, IN ALCUNI SETTORI, SI SOSTITUISCONO AI FONDI REGIONALI)

La nuova Programmazione sui Fondi strutturali 2014-2020 sta entrando nel vivo ed è tempo di bilanci. Il complesso degli strumenti economici attiverà 366 miliardi di euro per le città, le Regioni e le attività imprenditoriali dell’Unione europea. I temi della nuova programmazione sono: crescita intelligente, sostenibile, inclusiva.

Questo il quadro di riferimento.

Appena si guarda cosa è successo in questo quindicennio in Europa, come sono state utilizzate le risorse, quante regioni europee sono passate da “meno sviluppate” a regioni in transizione, quindi da un reddito procapite inferiore al 75% della media UE a un reddito che supera questa soglia, apriamo il tempio della vergogna italiana e meridionale in particolare.

Basta scorrere i grafici per avere la percezione visiva di un disastro apocalittico.

La Spagna che nel programma 2000-2006 contava sette regioni meno sviluppate nel 2014 ne ha una soltanto.

Irlanda che ne aveva tre, è uscita dal novero dei Paesi con aree sottosoglia.

La Finlandia con sei regioni sottosoglia oggi è fuori per l’intera superficie nazionale.

La Germania con la pesante eredità delle regioni orientali figlie di un’economia statalista di stampo sovietico, presente con tutti i Land dell’Est nel gruppo delle regioni non sviluppate ne è uscita totalmente.

Persino la Grecia passa da otto regioni a sei.

Il fanalino della vergogna è l’Italia.

Tra il 2000 e il 2014 solo la Sardegna è fuori, mentre la Basilicata vi è rientrata.

Visivamente chi guarda le mappe del non sviluppo dell’Europa a 27 percepisce con immediatezza che il Sud dell’Italia è accomunato ai Paesi dell’Est Europeo.

C’è da giurare, con la velocità con cui si muovono queste nazioni, che a fine programma saranno in molte a esserne uscite.

La consapevolezza della responsabilità delle classi dirigenti meridionali è così presente a livello europeo e ministeriale che nei documenti ufficiali scrivono che bisogna evitare di “fare affluire i fondi nelle mani di chi è responsabile dell’arretratezza e della conservazione. Aprendo invece varchi per gli innovatori sia nei beni pubblici che produce, sia nel modo in cui li produce”.

Il rimedio proposto è semplice come una condanna: i programmi saranno monitorati dalla gente, dai soggetti cui sono destinate le risorse attraverso pubbliche consultazioni. Per i fondi dovranno prima essere definiti gli obiettivi (più concreti e stringenti delle generiche intestazioni delle aree di intervento), un’incalzante osservanza dei tempi previsti, e una programmazione nazionale molto più pervasiva di quanto fatto finora.

Una tenaglia dunque che dovrebbe stritolare la conservazione, la dissipazione, l’insipienza con cui sono stati trattati i fondi comunitari.

I dati siciliani del programma 2007-2013 parlano chiaro:

fondi destinati 6,5 miliardi,

impegnati circa 4 miliardi,

effettivamente erogati poco meno di 2 miliardi.

Un fallimento.

Dal 14 aprile al 16 maggio partirà la consultazione online sul nuovo programma 2014-2020. Un’occasione per chi ha idee di dire la sua sui nuovi metodi per lo sviluppo. Un modo per uscire dalla compiaciuta liturgia degli esperti che ricoprono con una tela misterica e iniziatica quelle che dovrebbero essere finestre spalancate sulle opportunità di sviluppo.

Una nuova procedura che può essere vanificata se non sarà spezzata la malefica alleanza tra burocrazia infedele, politica dilapidatrice e il parassitismo pseudo imprenditoriale.

Il nuovo Caino non uccide Abele, lo impoverisce, gli ruba la speranza, lo costringe a piegarsi, andare via e, nei casi estremi, uccidersi.

Dopo decine di anni sprecati, dopo le alzate di spalle di sufficienza o le strizzatine d’occhio complice, forse è arrivato il tempo di porre davvero le risorse al servizio di una terra malata, ma niente affatto irredimibile.

Nota a margine

C’è di più: nel Sud d’Italia – Sicilia in testa – quei pochi fondi europei che si spendono finiscono con il sostituire il mancato intervento ordinario dello Stato. Questa è un’altra truffa ai danni del Mezzogiorno d’Italia. Perché i fondi europei, per definizione, dovrebbero essere aggiuntivi e non sostituiti dell’intervento dello Stato!

Non solo. In Sicilia, in alcuni settori, i fondi europei sostituiscono gli stesso fondi regionali. Succede con la formazione professionale e con le politiche attive del lavoro di parte regionale. Tutte attività che, dal 2011, sono finanziate con i fondi europei. Di fatto, anche in questi settori, i fondi europei, invece di sommarsi a quelli regionali, si sostituiscono agli stessi fondi regionali.

Domanda: se una consistente parte dei fondi europei non viene utilizzata (oltre il 60% dei fondi della Programmazione 2007-2013 destinati alla Sicilia non sono stati spesi) e se la minima parte che si utilizza non si addizione alle risorse finanziarie dello Stato e della Regione, perché mai il reddito pro capite della Sicilia dovrebbe raggiungere la media europea?

g.a. 


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