Estorsioni e usura condanne per oltre trent’anni L’inchiesta parallela al caso della famiglia Bosco

Si conclude con una sfilza di condanne, passati quasi due anni, il primo round dell’inchiesta money lander. L’indagine delle Fiamme Gialle che ha tolto il velo su un presunto giro di estorsioni e usura che avrebbe avuto come menti pensanti la famiglia degli imprenditori catanesi Bosco. Uno dei filoni processuali, quello in abbreviato davanti il giudice Francesca Cercone, ha portato alla sbarra anche due dipendenti del ministero della Giustizia: Antonino Buffa e Francesco Agnello. Proprio quest’ultimo oggi ha subito la condanna più pesante a dieci anni e quattro mesi, più di quanto aveva chiesto nella sua requisitoria la magistrata Assunta Musella. 

Stralciata al momento la posizione di Antonino Buffa. L’imputato, assente per motivi di salute, dovrà comparire nel mese di ottobre per conoscere l’esito finale. Riconosciuti colpevoli anche Santo Condorelli (5 anni e 8 mesi), Luciano Maci (6 anni e 4 mesi), Giuseppe Emilio Platania (5 anni e 4 mesi) e Massimo Squillaci (5 anni e 4 mesi). Caduta invece l’accusa di sequestro di persona per Maci, Condorelli e Agnello. Uno degli episodi finiti al centro dell’indagine riguardava un presunto sequestro ai danni della figlia di uno dei taglieggiati. «La ragazza – aveva spiegato la pm – venne trattenuta per essere messa in contatto con il padre. Bisognava convincerlo ad incontrarli».

 L’accusa aveva parlato di «conclamata la responsabilità degli imputati». Tra le fonti di prova le fondamentali denunce di alcuni imprenditori vittime di tassi d’interesse vertiginosi che sarebbero arrivati fino al 140 per cento con quote mensili che variavano dall’otto al dieci per cento. Gli imputati per riscuotere le somme dei prestiti concessi rivendicavano conoscenze mafiose con l’obiettivo di intimidire i creditori, ipotesi che il giudice ha deciso di accogliere – ad esclusione di Agnello – con l’aggravante di aver favorito Cosa nostra. Nel processo, sono costituite parte civile i Comuni di Catania, Camporotondo Etneo e Sant’Agata Li Battiati insieme all’associazione antiracket Asaae e agli imprenditori vittime. 

Vicenda momentaneamente separata ma comunque parallela è quella riguarda direttamente la famiglia Bosco. Nonostante il tribunale del riesame abbia recentemente confermato il provvedimento di sequestro – il primo risaliva al marzo 2014 – con cui sono rimasti i sigilli a un patrimonio di oltre 15 milioni di euro compresi tre supermercati, per conoscere il futuro giudiziario degli imprenditori i tempi si sono allungati. Il processo con rito ordinario dov’erano imputati Antonino, Mario e Salvatore Bosco ha subito un lungo stop. Dopo il rinvio a giudizio immediato la terza sezione penale ha dichiarato la nullitá del provvedimento della procura etnea scegliendo di rimandare gli atti ai magistrati per una nuova richiesta. Il motivo, che ha dettato la scelta dei giudici, riguarda alcuni capi d’accusa dove «non è stato garantito il diritto alla difesa degli imputati» durante gli interrogatori di garanzia. 

Nuovi risvolti a breve potrebbero arrivare anche per gli altri per cui si procede separatamente. Tra cui il capostipite della famiglia. Per il novantatrenne Giuseppe e per i nipoti Sebastiano e Pippo Ciribì Bosco le indagini risultano infatti concluse.    


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