Un impianto di recupero e smaltimento di rifiuti speciali non pericolosi a poche centinaia di metri dal confine con la Riserva naturale orientata Cavagrande del Cassibile. Nello specifico, nell’area di un’ex latomia in contrada Stallaini, che ricade nel territorio del Comune di Noto (nel Siracusano). E che si trova anche in prossimità di due siti […]
Discarica accanto alla riserva di Cavagrande, l’allarme degli ambientalisti: «Inconcepibile»
Un impianto di recupero e smaltimento di rifiuti speciali non pericolosi a poche centinaia di metri dal confine con la Riserva naturale orientata Cavagrande del Cassibile. Nello specifico, nell’area di un’ex latomia in contrada Stallaini, che ricade nel territorio del Comune di Noto (nel Siracusano). E che si trova anche in prossimità di due siti Natura 2000. Per il corposo progetto presentato dalla società SoAmbiente Srl è già arrivato il via libera della Regione Siciliana ai lavori. «È inconcepibile – dichiara a MeridioNews Marco Mastriani, coordinatore regionale di Federparchi Sicilia – che si possa realizzare una discarica di questo tipo proprio lì, a due passi da un gioiello naturalistico della Sicilia sud-orientale. In un’area che ricadrebbe anche all’interno dell’istituendo Parco nazionale degli Iblei, per cui lottiamo da oltre vent’anni».
L’impianto di rifiuti speciali a Cavagrande
Formalmente catalogato come «recupero ambientale di una ex cava», in realtà è destinato a diventare un «riempimento morfologico definitivo» della cava con una capacità di contenere di 614mila metri cubi di rifiuti. L’impianto, infatti, dovrebbe ricadere all’interno di una porzione delle ex cave di materiale lapideo calcareo, che si trova a poco più 12 chilometri da Noto e a circa 4,5 chilometri da Canicattini Bagni. Come si può leggere consultando la documentazione sul sito della Regione Siciliana, il progetto prevede la realizzazione di cinque vasche per l’abbancamento di rifiuti non pericolosi. La vasca numero 2 sarà destinata ad accogliere circa 45mila metri cubi di rifiuti contenenti anche cemento-amianto. Ma pure rifiuti di attività di bonifica di siti inquinati, fanghi e materiali derivanti da cicli industriali edili ed escavazioni. Nelle altre finiranno rifiuti non pericolosi e non putrescibili.
La prima autorizzazione datata 2012
Un progetto che, in realtà, non è nuovo: era stato autorizzato, per la prima volta, con un decreto datato 21 dicembre 2012. Nonostante i quasi 14 anni trascorsi, però, non è mai stato portato a compimento per questioni di natura amministrativa. Dopo il diniego alla proroga del provvedimento di compatibilità ambientale nel 2024 e il successivo annullamento da parte del Tar, il 31 ottobre del 2025 è stata concessa una proroga di 934 giorni da parte del dipartimento regionale all’Ambiente. Questo in conseguenza di una sentenza del Tar di Catania che ha annullato il diniego di proroga della Valutazione di impatto ambientale (Via) precedentemente opposto dalla Regione.
Il 9 luglio scorso poi un decreto regionale ha attestato l’esito positivo della verifica di ottemperanza delle condizioni ambientali. La valutazione delle possibili incidenze sui siti Natura 2000 risale, però, al 2009. «La relazione paesaggistica, però – sottolinea Mastriani al nostro giornale – è stata redatta in ottemperanza a un parere della Soprintendenza di Siracusa del 2010. Precedente, quindi all’approvazione definitiva del Piano Paesaggistico della Sicilia (del 2017, ndr), che include anche quest’area». Nel frattempo, il 2 settembre, la Regione ha approvato «nuovi obiettivi e nuove misure di conservazione per il sito Cava Grande del Cassibile, Cava Cinque Porte, Cava e Bosco di Baulì».
L’appello alla Regione
Un primo parere negativo era già stato espresso dalla Commissione tecnica speciale (Cts), che aveva evidenziato le criticità idrologiche e idrauliche dell’area, compresa la presenza di una falda idrica in zona ad alta criticità idrogeologica. L’area interessata, infatti, ricade anche nel bacino idrografico del fiume Cassibile. Adesso, però, con la sentenza del Tar di Catania, torna in gioco la validità della precedente autorizzazione ambientale. Insomma, la società può riaprire l’iter sanando le carenze documentali dell’epoca. «I privati possono anche legittimamente avanzare le proprie istanze – commenta il coordinatore di Federparchi -. Ma sono le istituzioni a dovere garantire la tutela dei territori». In effetti, risulta che il Comune di Noto ha già presentato a febbraio un ricorso al Tar. E proprio a giorni dovrebbe arrivare qualche notizia in merito. «Noi chiediamo alla Regione di intervenire e applicare i livelli massimi di tutela previsti per legge», è l’appello finale di Mastriani. Intanto, le associazioni ambientaliste del territorio si sono già riunite e stanno valutando, con il supporto di un avvocato, di costituire un comitato.
Le verifiche necessarie
Intanto, il deputato nazionale di Fratelli d’Italia ed ex sindaco di Avola Luca Cannata ha presentato una interrogazione parlamentare al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. «È necessario assicurare il massimo livello di cautela. E verificare che le valutazioni ambientali siano ancora attuali», dichiara Cannata che ha anche già scritto all’assessora regionale al Territorio e Ambiente Giusi Savarino. «Sono trascorsi 17 anni dalla valutazione delle incidenze – sottolinea il deputato -. E, nel frattempo, il quadro di tutela dell’area è cambiato». Ed è per questo che, Cannata chiede all’assessora Savarino di «verificare se le nuove misure di conservazione rendano necessari ulteriori approfondimenti sugli effetti del progetto. Con particolare attenzione agli habitat, alle specie protette e alle risorse idriche del bacino del Cassibile».
L’interrogazione parlamentare
Nell’interrogazione parlamentare, Cannata chiede al ministero di valutare «ogni iniziativa utile a garantire che l’iter tenga conto dell’attuale quadro ambientale e delle esigenze di tutela dell’intera area. Su una questione così delicata – commenta il deputato – non possono esserci dubbi o zone d’ombra. La tutela di Cavagrande è una priorità: devono essere svolte tutte le verifiche necessarie prima che il procedimento produca ulteriori effetti. Difendere questo straordinario patrimonio naturale significa difendere l’identità, le risorse e il futuro del nostro territorio».