Gli straordinari di Schifani: dalle consultazioni con i partiti ai tamponi per le province. E non esclude il rimpasto

Galvagno, Cuffaro, Romano, Lombardo, in rigoroso ordine di apparizione. Dopo la batosta subita in Aula con la bocciatura della riforma delle province, Renato Schifani tenta di rimettere insieme, carta dopo carta, il fragile castello della coalizione di centrodestra che sostiene il suo governo. Se con il presidente dell’Ars c’è sempre stata una certa facilità di dialogo e nel caso dell’ultima votazione in Assemblea, anche una certa affinità nelle vedute – sottolineata anche da quella frase: «È imbarazzante», pronunciata da Galvagno subito dopo aver letto l’esito del voto – con gli altri leader il discorso è stato un po’ più complicato.

Sia Totò Cuffaro che Saverio Romano e Raffaele Lombardo infatti possono vantare a più titoli, chiamiamoli così, dei conti in sospeso con il presidente della Regione. In particolare i deputati dell’Mpa, confluiti nel supergruppo parlamentare della Lega, sono tra i primi indiziati tra i tanti franchi tiratori che, per una questione di mera aritmetica, tuttavia, non possono certo appartenere a un solo partito della maggioranza. Giro di vite, dunque, il presidente apre le porte di palazzo d’Orleans e torna a sentire le istanze degli alleati che più degli altri si sono sentiti messi da parte in questo scampolo di legislatura.

Ha ben ragione di sostenerlo Totò Cuffaro, per esempio. I suoi deputati hanno disertato in prima battuta la votazione per il salva ineleggibili e più volte dal capogruppo Pace sono arrivate dichiarazioni tutt’altro che sibilline sulla volontà da parte della coalizione di accontentare ogni capriccio dei partiti più grandi – Fratelli d’Italia su tutti – spesso a scapito degli altri alleati. Pace, tra l’altro, è risultato anche tra gli assenti che hanno fatto andare sotto il governo nella prima votazione del Bilancio consolidato. Ma è, d’altra parte, lo stesso Pace a ribadire più e più volte negli ultimi giorni l’assoluta fedeltà dei democristiani alla presidenza della Regione, il ché lascia intendere che comunque le basi di un dialogo tra Schifani e Cuffaro comunque c’erano e ci sono. Era pure stato Schifani ad aprire ai centristi per una lista unica con Forza Italia alle imminenti Europee, cosa che avrebbe potuto dare a Cuffaro la certezza di un seggio, prima della porta sbattuta in faccia dal coordinatore nazionale azzurro Antonio Tajani, col suo ormai celebre «il partito non è un autobus» pronunciato in quel di Taormina.

E, come se non bastasse, nel giorno della Waterloo delle province, ci aveva pensato pure la deputata del Movimento 5 stelle Stefania Campo a girare il coltello nella piaga degli scudocrociati, profetizzando al presidente della prima commissione, Ignazio Abbate, un buco nell’acqua dei cuffariani alle Europee. Buco nell’acqua che non vuole fare neanche Saverio Romano, leader di Noi Moderati, partito che non esprime deputati ma che, in caso di rimpasto di Giunta, potrebbe piazzare la zampata che gli fu negata proprio il giorno dell’elezione di Schifani, che dichiarò subito che non avrebbe avuto in giunta politici non eletti in parlamento – salvo poi fare un passo indietro per Elena Pagana e Francesco Paolo Scarpinato, entrambi di FdI -. Fratelli d’Italia che si dimostra essere partito capriccioso e lo ha reiterato ogni volta che c’è da fare nomine, anche a scapito degli alleati, ma la presenza tra gli scranni di Schifani durante il salva-ineleggibili, come a volere vegliare sui suoi, vale più di mille dichiarazioni di vicinanza. Anche se è servita a poco.

E poi c’è Lombardo. Con l’ex governatore i rapporti non sono idilliaci, mentre in ambiente leghista vanno molto meglio con il vicepresidente Luca Sammartino. Inquilino ed ex inquilino di palazzo d’Orleans si guardano a vista e non sorprende la conclusione congiunta a cui sono arrivati dopo l’incontro: la creazione di un tavolo di confronto tra i leader della maggioranza che si riunisca con cadenza periodica per «discutere e condividere l’azione di governo a supporto del presidente della Regione». Presidente che di fronte al capo dell’Mpa ha aperto alla possibilità di mettere una pezza sulla questione delle province dando il suo consenso alla possibilità di rimuovere comunque i commissari straordinari e procedere con le elezioni di secondo livello previste dalla riforma Delrio, finché questa non sarà abrogata da Roma. Una richiesta già avanzata in Aula dal musumeciano Giorgio Assenza e che incontra pure i favori di Fratelli d’Italia. Anche se pure in questo caso, neanche a dirlo, non tutti in casa centrodestra sono d’accordo.


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