Nel laboratorio mai sopito della politica siciliana, dove le dinamiche territoriali spesso anticipano le macerie dei quartieri generali romani, si è consumato un nuovo e rumoroso strappo. Vladimiro detto Mirello Crisafulli, storico punto di riferimento dell’autonomia ennese e fresco di una clamorosa riconferma amministrativa ottenuta senza il simbolo ufficiale del Partito democratico, ha infranto le […]
Foto di Cateno De Luca su Facebook
Terremoto Crisafulli che lancia De Luca: domani il vertice del campo largo
Nel laboratorio mai sopito della politica siciliana, dove le dinamiche territoriali spesso anticipano le macerie dei quartieri generali romani, si è consumato un nuovo e rumoroso strappo. Vladimiro detto Mirello Crisafulli, storico punto di riferimento dell’autonomia ennese e fresco di una clamorosa riconferma amministrativa ottenuta senza il simbolo ufficiale del Partito democratico, ha infranto le induzie del tavolo progressista. «Per vincere le Regionali bisogna spiazzare il centrodestra, e l’unico in grado di rompere lo schieramento avverso è Cateno De Luca. Deve essere lui il candidato governatore». E ancora oggi Crisafulli fa una fuga in avanti. E costringe la possibile coalizione del campo progressista a convocare un vertice.
La posizione di Crisafulli
Un endorsement diretto, articolato a margine di un incontro politico a Villarosa, con cui il già senatore ha lanciato una precisa sfida metodologica. Secondo la ricostruzione di Crisafulli, la perenne ritirata del perimetro d’opposizione risiede nell’incapacità di travalicare i confini dell’elettorato d’appartenenza. Da qui l’invito ad andare oltre il centrosinistra storico, incardinando la coalizione sulla figura d’urto del leader di Sud chiama Nord. O, quantomeno, misurandone la tenuta attraverso il ricorso immediato alle primarie di coalizione.
L’operazione non si limita a uno scatto d’impeto, ma riflette l’architettura strategica che ha consentito al politico ennese di travolgere le coalizioni tradizionali alle ultime Amministrative. Una mossa accolta senza esitazioni dallo stesso De Luca, prontissimo a cogliere l’assist per rivendicare l’esigenza di spezzare «i diktat che calano dalle segreterie romane».
La risposta del Pd: la linea Barbagallo e il nodo delle primarie
L’uscita di scena dell’ex senatore Dem ha immediatamente riaperto la crepa mai rimarginata all’interno del Partito democratico siciliano. Il segretario regionale Anthony Barbagallo, da tempo impegnato a tratteggiare un’ipotesi di campo largo incardinata sul ruolo guida della segreteria Schlein, si trova nuovamente costretto a gestire le scosse di assestamento provocate dalla componente ennese.
Ufficialmente, l’impostazione prescritta dalla segreteria regionale Dem resta legata alla sovranità della coalizione progressista e al perimetro del tavolo unitario. Già all’indomani dell’affermazione elettorale di Crisafulli senza le insegne ufficiali del Pd, Barbagallo aveva archiviato il risultato. Definendolo «una vittoria personale, frutto della sua storia e della sua esperienza politica». Prendendo contestualmente le distanze dalle fughe in avanti solitarie e rivendicando la necessità di valutazioni «a bocce ferme all’interno del gruppo dirigente».
Di fronte alle sirene ennesi che spingono per l’incoronazione di De Luca, l’orientamento della segreteria guidata da Barbagallo rimane fermo sulla necessità di non delegare a forze esterne l’egemonia del cantiere alternativo alla destra. La posizione ufficiale del partito continua a indicare come precondizione la formulazione di una figura autorevole e condivisa espressa dal perimetro d’opposizione. Subordinando qualsiasi altra opzione al confronto programmatico e all’eventuale ricorso alle primarie. Ma solo entro un quadro di regole concordate e non dettate da strappi d’area.
Lo scenario: la spaccatura del campo largo
L’uscita di Crisafulli amplifica la frammentazione in cui versa il cantiere dell’alternativa in Sicilia. Da un lato, si registra l’accelerazione autonomista di Sud Chiama Nord. Dall’altro, la mossa dell’ex senatore finisce per incrociare anche le velleità di altre componenti del fronte progressista, come la candidatura già avanzata da Ismaele La Vardera. Ma soprattutto è il Pd che si trova spiazzato. Da un lato, ingoia il rospo lanciato da Crisafulli. Dall’altro, non ha ancora espresso il suo candidato. E non ha specificato se sarà il competitor per le primarie o il candidato per la presidenza della Regione. Un nodo che, forse, si scioglierà solo giovedì. Ma il Pd non è solo in questo silenzio, perché anche il M5s ha deciso di non commentare la sortita di Crisafulli.
Tra la rigidità della linea ufficiale tracciata da Anthony Barbagallo e le spallate tattiche battute dal modello Enna, la strada verso la costruzione di una candidatura unitaria per Palazzo d’Orléans appare oggi più impervia che mai. Anche perché l’effetto finale della sortita di Crisafulli rischia di produrre un esito opposto a quello auspicato dal politico ennese. Anziché compattare le forze attorno a una figura capace di sfondare a destra, l’endorsement ha innescato una reazione a catena che accentua la diaspora delle opposizioni. Senza un tavolo di sintesi in grado di imbrigliare le spinte personali, il campo largo rischia di presentarsi all’appuntamento elettorale frammentato in tre o più tronconi. Resta da capire se la sortita di Crisafulli rappresenti l’inizio di una fuga in avanti irreversibile. O l’ennesimo paradosso tattico destinato a riaprire, in maniera traumatica, la resa dei conti dentro il Partito democratico.