Cosa sono 80 mila precari siciliani per la politica italiana? Polvere della storia…

ROMA, CON LA CONNIVENZA DEI POLITICI SICILIANI, SI STA SBARAZZANDO DI UOMINI E DONNE CHE PAGANO PER INTERO IL COSTO DELLA CRISI DEL NOSTRO PAESE

Da Crispi in poi, l’attitudine dei politici siciliani che assumono incarichi istituzionali nazionali, e’ stata quella di a spogliarsi di ogni connotazione localistica, provinciale, per affrontare i problemi di loro competenza con un ottica, appunto, generale, senza indulgere a considerazioni particolari, a sentimentalismi territoriali.

Fatte le debite proporzioni, la stessa impressione la fa, oggi, il ministro D’Alia, titolare della Funzione pubblica. Giampiero D’Alia, messinese, dirigente dell’Udc, partito che sostiene, in Roma, ovviamente, il governo Letta, e, in Palermo, il presidente della Regione, Rosario Crocetta. In quest’ultimo caso, in modo, talvolta, piu’ convinto e costante dello stesso Pd, il partito, in teoria, in cui milita il governatore.

Ebbene, il ministro D’Alia ha voluto risolvere, definitivamente, l’affare precari, una questione che coinvolge direttamente anche ventimila siciliani, con il decreto, convertito in legge, sulla pubblica amministrazione, che contiene le norme per le proroghe e le stabilizzazioni di questi lavoratori.

La faccenda e’ ormai nota, anche su questo sito se ne e’ scritto a profusione. In sintesi, dopo decenni di utilizzo nelle amministrazioni locali, questi precari siciliani, ai quali in un passato nemmeno lontano era stata sventolata davanti al naso la prospettiva della stabilizzazione, rischiano di essere mandati a casa, a causa dei limiti imposti dal decreto alle amministrazioni locali, gia’ vincolate dalla legge di stabilita’ a tenere i conti in ordine, che da’ spazio alle stabilizzazioni soltanto nei casi di vuoti nelle piante organiche e con le vecchie graduatorie concorsuali esaurite, fissando una riserva del 50% dei posti negli eventuali nuovi concorsi.

Un’ipotesi, praticamente, impossibile, per gli enti locali siciliani, quasi tutti con l’acqua alla gola e in bolletta. E, tanti saluti ai precari, al loro lavoro e ai servizi, spesso essenziali, che questi, in molti comuni, garantiscono.

Ecco, D’Alia, nell’affrontare il problema precari, nel piu’ ampio contesto della regolamentazione dei rapporti di lavoro con la p.a., si e’ posto dal lato dell’uomo di governo “italiano”, per cosi’ dire, ha guardato al superiore interesse del Paese, come fosse stato eletto in Piemonte o in Lombardia. E, le sue dichiarazioni potrebbe averle rilasciate un politico eletto a Bergamo o a Padova: gli ottantamila precari siciliani a rischio? Ma la Regione non ha messo i suoi conti in ordine, anche se – ci mancherebbe – il governo Crocetta non ha colpe, soltanto chi lo ha preceduto. I politici e i sindacalisti siciliani? Ma, dice il nostro, i precari dovrebbero prenderli a calci. E, certo, lui con la politica siciliana, che c’entra?

Roberto Di Mauro, del Mpa, dice che, in questa vicenda, si paga la inconsistenza politica del ministro. Ma, D’Alia a parte, c’e’ da chiedersi, davanti alle tribolazioni di ventimila padri e madri di famiglia, gli altri politici nati e eletti in Sicilia, che fanno?

Statisti del livello di Alfano, Schifani, Micciche‘, da un lato, quelli eletti nel Pd (chi ne ha mai avuto notizie?) dall’altro, sono troppo presi dalle questioni nazionali, dagli scontri di partito, dai guai di Berlusconi, per pensare a quelli dei Siciliani, coi precari in testa. Al massimo, qualche pupiata, se un barcone affonda col suo carico di morti davanti alle nostre coste, ma, cosi’, giusto per farlo, tra un pranzo con Letta e una cena con Berlusconi. In Sicilia si prendono i voti, poi ognuno per il sup destino. Tanto, abolite le preferenze, non si rendera’ conto al cittadino elettore, che nemmeno li vota piu’, ma al capo partito, che sta a Roma e non a Palermo.

Da Crispi a D’Alia, con le debite proporzioni, ripeto, casi analoghi ne abbiamo vissuti troppi, con la Sicilia svenduta, saccheggiata, devastata e poi abbandonata, mentre politici nati e eletti in Sicilia giocavano a fare gli uomini di governo in Roma e per Roma. E’ come quando, nel 2009, il governo Berlusconi, quello che in Sicilia prendeva voti a centinaia di migliaia, dopo aver destinato 4 miliardi di euro di fondi Fas all’isola, glieli fece soltanto odorare, aprendo un conflitto con il governo del governatore Lombardo con la pretesa e il pretesto di voler gestire, da Roma, una cabina di regia sull’uso che la Regione doveva fare di quei fondi.

In quel governo berlusconiano, c’erano i siciliani Angelino Alfano, ministro della Giustizia, Saverio Romano, ministro delle Risorse agricole, e Gianfranco Micciche’ sottosegretario alla presidenza, mentre il ministro degli Affari regionali era un altro terrone, il pugliese Raffaele Fitto. L’ interesse dello Stato, per loro, anche allora, si dimostro’superiore a quello della Regione e del Sud. Ma, era soltanto un esempio.

D’altronde, in una Sicilia senza infrastrutture, stanno smantellando, a poco a poco, le ferrovie senza che alcun parlamentare siciliano dica nulla. Cosa sono altri ventimila altri senza lavoro, in una terra sempre piu’ devastata dalla crisi economica e sociale?

Nulla, purche’ siano salvi Berlusconi, il governo Letta, quello che da’ i soldi alle banche, a Milano per l’ Expo’. I precari siciliani sono soltanto polvere della storia che copre qualche tavolo permanente nelle vacue stanze di Palazzo d’ Orleans.

Poi, magari, troveranno una soluzione tampone, che perpetuera’, ancora, la condizione di precari, e riceveranno pure l’applauso delle piazze.

 


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