«Non è un orco, era solo un gioco». Condannate tre donne che diffamarono le vittime del santone Capuana

«Lo difenderei fino alla morte, come farei con mia madre o mio padre. Non è un orco». E per difendere strenuamente il sedicente santone Pietro Capuana, tre donne si erano sedute di spalle davanti alle telecamere di Rete 4 e avevano offeso le due donne, madre e figlia, che per prime avevano denunciato le violenze. A sette anni di distanza, il giudice della quarta sezione penale del tribunale di Catania Davide Tedeschi ha condannato in primo grado per diffamazione la 34enne Epifania Consuelo Torrisi, la 39enne Valentina Daniela Spadaro e la 67enne Nunziatina Maria Lo Faro. Tutte e tre sarebbero state vicine alla comunità Acca della chiesa Lavina di Aci Bonaccorsi (in provincia di Catania) di cui l’ex bancario 80enne sarebbe stato il leader. Un ruolo che avrebbe svolto autoproclamandosi la reincarnazione dell’arcangelo Gabriele e mascherando gli abusi contro le ragazzine, anche minorenni, come «atti di purificazione». Per questo, Capuana è imputato nel processo 12 apostoli (con la procura che ha già avanzato per lui una richiesta di condanna a 16 anni di carcere e la sentenza prevista entro l’estate) insieme alle sacerdotesse Fabiola RacitiRosaria Giuffrida e Katia Concetta Scarpignato.

Sedute di fronte al giornalista Simone Toscano e di spalle alla telecamera – tutte con la voce camuffata e una anche con il cappuccio della felpa in testa – le tre donne hanno rilasciato delle interviste per un servizio della puntata della trasmissione Quarto grado di Rete quattro andata in onda l’11 febbraio del 2018. «Hanno scelto un tema che fa scalpore – esordisce una delle donne davanti al microfono – la chiesa e la violenza sulle donne». Tutte e tre sono convinte che madre e figlia che hanno denunciato il santone mentano e che lo facciano per potere estorcere del denaro all’ex bancario. «A 12 anni, ci si vende a un uomo anche per avere un telefono – afferma una delle intervista – non sono bambine stupide. Perché non possono avere inventato tutto?». È la tesi di tutte e tre le donne che orbitavano attorno all’associazione cattolica Cultura e ambiente«Non stanno bene: né economicamente, né di mente», dicono parlando della vittima e della madre, che si sono costituite parti civili e sono assistite dagli avvocati Tommaso Tamburino e Roberto Russo Morosoli. Parole, che ora le sono valse una condanna per diffamazione, che la donna avrebbe rilasciato in una intervista che si chiude con un ringraziamento a Capuana «per tutto quello che ha fatto in questi anni per me, per la mia crescita. Per questo sono qui a dire la verità che deve trionfare sempre sul male».

Una verità – di parte – in cui perfino il contenuto delle 753 lettere inviate a Capuana da ragazzine (anche di 12 e 13 anni) e trovate a casa di una delle ancelle troverebbe un senso. «Farò l’amore con te così il mio cuore sarà più libero e pieno di purezza e felicità», si legge in una delle missive che le donne intervistate giustificano come «un gioco. Qual è il problema? – risponde alla domanda del giornalista – Nessuno mi ha obbligato. Siamo ragazze che non vediamo malizia in niente, nemmeno nel dare un bacio in bocca a una persona». Una delle responsabili dell’associazione Acca le legittima, invece, come «manifestazioni esagerate di ragazzine che tra di loro giocavano. Non c’era malizia nel Capuana».

L’anziano senza malizia che avrebbe scritto messaggi alle ragazzine della comunità, tipo «Fatti bella, mettiti i jeans strappati». Per le intervistate però, quegli sms non sarebbero stati farina del suo sacco perché l’uomo non sarebbe stato in grado di utilizzare il cellulare per inviarli. «Io che gli voglio bene – dice una delle intervistate – mi sento più vittima di loro. Da madre, sarei andata dall’interessato e lo avrei ucciso. Credo che sia un complotto», sostiene aggiunge poi un’insinuazione secondo cui la vittima avrebbe «perso la verginità con altre persone anche prima di Piero (Capuana, ndr). Io – conclude – sono sicura, ma so che vengono condannate anche persone innocenti». Tutte e tre sono state ritenute colpevoli e condannate alla pena di 600 euro di multa ciascuno, al risarcimento dei danni in favore delle parti civili (madre e figlia) e di una provvisionale immediata di 1000 euro per ciascuna, oltre al pagamento delle spese processuali.


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