Cechov e il suo declino teatrale

Il ripercuotersi degli anni trascorsi sul palco e l’ansia per il futuro, gli amici, l’amore e la propria carriera tra il declino e la rinascita.

Di tutto questo è stato il grande interprete e regista il maestro Piero Sammataro che ha saputo trarre dal teatro di Anton Cechov gli elementi giusti per realizzare un monologo leggero e coinvolgente. Con la partecipazione di Salvo Musumeci nei panni di Biribò, il suggeritore dello scrittore russo, il monologo ha assunto le forme di un dialogo dai tratti quasi comici, in modo involontario, seppur il discorso di questo attore malato, ubriaco ed ormai sfiduciato si rivolgeva più a se stesso e ai suoi “ferri del mestiere” che all’amico suggeritore.

I costumi, curati da Rosy Bellomia, e le luci molto sobri hanno reso lo spettacolo ancor più lineare. La musica si può dire assente durante la rappresentazione non è stata un punto a sfavore per la buona riuscita dell’opera che ha concentrato la sua attenzione sui versi degli attori.

Circa un’ora di spettacolo ha consegnato a Sammataro e Musumeci un dovuto applauso al termine della serata, consacrando ancora una volta la bravura del “maestro” come lo chiamano al Teatro del Canovaccio. Colui che ha avuto la fortuna di avere imparato da Visconti, De Lullo, Strehler l’arte del teatro.

Se Ibsen fu il grande ricercatore nel dedalo psicanalitico dei personaggi teatrali, se Pirandello rappresentò la “realtà dei fatti” in una eterna Corte d’Assise impersonata dalla “ragione degli altri”, Anton Cechov è il tragico e sconvolgente osservatore della “vita piccola”, dell’esistenza della umana grandezza e miseria senza rischio d’imputazione. Nello svolgimento della sua storia niente è assolutamente definito: la possibilità degli accadimenti è dovuta a fatti contingenti che avrebbero potuto avere un altro svolgimento se un “no” fosse stato un “si”, se un “ti amo” fosse stato detto invece di un timido silenzio, se un incontro avesse aperto un futuro felice invece di uno squallido fallimento.


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