A Catania nasce l’albo delle mediatrici specializzate in violenza sulle donne: «Basta barriere linguistiche e culturali»

Barriere linguistiche e culturali. Sono i primi muri davanti a cui si trova una donna straniera vittima di violenza maschile quando si rivolge a ospedali, forze dell’ordine o Centri antiviolenza. Per questo l’associazione Thamaia e il Centro Astalli di Catania hanno dato vita a un albo di mediatrici culturali e linguistiche specializzate sul tema della violenza contro le donne. Solo uno degli strumenti messi in campo dal progetto triennale Venti a favore delle donne, finanziato da fondazione Con il Sud. L’albo riunisce 15 figure di di dieci nazionalità diverse: Bangladesh, Siria, Egitto, Palestina, Algeria, Nigeria, Ucraina, Marocco, Tunisia e Sri Lanka. E sarà messo a disposizione degli enti istituzionali, sanitari, giuridici e sociali che fanno parte della Rete antiviolenza della Città metropolitana di Catania. Così da favorire la rapida ed efficace individuazione delle figure adatte al caso.

«La mediatrice formata non solo facilita la comunicazione, ma contribuisce a creare uno spazio di fiducia, riconoscimento e ascolto, fondamentale per avviare percorsi di fuoriuscita dalla violenza – spiega Anna Agosta, presidente di Thamaia -. Avere professioniste competenti e riconosciute significa garantire interventi più tempestivi, coordinati e coerenti, migliorando la qualità dell’accoglienza e delle risposte offerte». Un aspetto, quello della formazione specifica, che è sempre stato al centro dell’attività del centro antiviolenza Thamaia: «È una responsabilità collettiva e una scelta politica chiara – continua Agosta -. Costruire un sistema capace di accogliere tutte le donne, senza lasciare indietro nessuna».

Un sistema che fronteggia situazioni complesse, per le quali è necessario «il supporto di mediatrici culturali capaci di comprendere a fondo le dinamiche in gioco e di andare oltre il narrato», aggiunge Francesca Di Giorgio, coordinatrice del Centro Astalli di Catania. Questo l’obiettivo dell’albo, che si pone come «risorsa preziosa anche per le istituzioni – ricorda ancora Di Giorgio -, che spesso non dispongono di queste professionalità specifiche nei propri organici».


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