Carceri vere e d’invenzione dal tardo Cinquecento al Novecento

Con la curiosità tipica del neofita, che meno sa e più vuole apprendere, ho assistito al convegno internazionale di studi che si è tenuto nei giorni 14, 15 e 16 Novembre 2007 presso la Chiesa di S. Teresa a Ragusa Ibla ed il Teatro Naselli a Comiso. Il titolo, coraggioso ed evocativo ad un tempo, mi affascinava. Non avevo un’idea precisa di cosa dovessi aspettarmi e non avevo forse neppure compreso pienamente che cosa quelle parole sottintendessero.
Ma sedere in platea ed ascoltare il contributo dei tanti studiosi intervenuti per l’occasione, desiderosi di portare ciascuno la propria testimonianza, ha significato risentire viva e palpitante la letteratura, attraverso le parole di coloro che l’hanno resa grande. Che “per essa” hanno sofferto e “ad essa” si sono aggrappati come naufraghi ad un’ancora per sottrarsi alle spire di una prigionia disumana. Così ha fatto per esempio quell’Oscar Wilde così inedito e così profondamente umano consegnatoci dal De profundis. Che “di essa” hanno fatto uno strumento di denuncia, come il Pascoli frustrato e deluso, perso nel turbine dei propri ricordi, o di “propaganda” come quella Fernàn Caballero, apostola fervente e narratrice crudele, che non esita ad asservire i propri personaggi alla missione evangelizzatrice di cui si sente portavoce e ne diventa (volutamente) il carnefice.
Carceri fisiche e metafisiche, luogo di espiazione o spesso volontaria reclusione dell’intellettuale incompreso che sfugge agli occhi altrui e cerca il buio e vi si nasconde come il bambino in grembo alla madre.
Un sentito grazie agli organizzatori dell’iniziativa da parte mia e di tutti coloro che, come me, vedono nella letteratura una compagna fedele e uno strumento di crescita perché, se è vero che la libertà non si conquista a parole, è grazie alle parole che cominciamo a sentirci liberi.


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