Banche del Belice rapinate, arrestati 8 palermitani In carcere anche Vito Leale, storico capo della banda del buco

Vito Leale è uno degli storici componenti della banda del buco, sgominata nel 2003 e di cui facevano parte anche Salvatore Megna, Luigi Pappalardo, e Ignazio Gallidoro. Considerato dagli investigatori un vero genio della rapina, nonostante gli arresti non ha mai smesso di assaltare banche. Insieme ad altri sette palermitani e a quattro agrigentini, aveva messo su un’altra banda che operava nella Valle del Belice. Questa notte l’organizzazione è stata sgominata  dai carabinieri di Sciacca, nell’agrigentino, che hanno eseguito 12 ordinanze di custodia cautelare e le accuse sono –  vario titolo  – di rapine in banca, sequestro di persona, associazione a delinquere per commettere rapine, furti di autovetture e ricettazione di arma da fuoco.

Oltre a  Leale, 53 anni, pluripregiudicato, sono stati arrestati i palermitani Pietro Madonia, 44 anni, Michele Cirrincione, 48 anni,  Pietro La Placa, 37 anni, Francesco Conigliaro, 45 anni, Ignazio La Manna, 38 anni, Carlo Valpa, 47 anni, Paolo Valpa, 48 anni che sono ritenuti gli organizzatori e gli esecutori delle rapine, almeno 5, nei comuni di Santa Margherita di Belice, Sambuca di Sicilia e Menfi. 

Arrestati poi gli agrigentini Michele Maria Gandoflo, 61enne di Sambuca di Sicilia, impiegato di banca ed ex direttore di filiale, Pietro Curti, sambucese di 78 anni, pensionato; Rocco D’Aloisio, margheritese di 46 anni, pastore, Massimo Tarantino, sambucese di 44 anni, barbiere, considerati dagli inquirenti, i basisti. 

Le indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Sciacca, sono scaturite da una serie di rapine in banca avvenute nel periodo che va da giugno 2012 a novembre 2013. Un gruppo ben rodato e organizzato, tra cui spicca la figura di Michele Maria Gandolfo, dipendente  della filiale della banca “Intesa San Paolo” di Santa Margherita Belice, che avrebbe fornito supporto logistico-informativo al gruppo. La tecnica utilizzata dalla banda era quella del buco; la notte –  preferibilmente –  veniva individuato il locale attiguo all’istituto di credito da rapinare, nel quale veniva  praticato un foro dal quale entrare di sorpresa il giorno stabilito per la rapina. Le auto utilizzate per i colpi erano sempre delle classiche Fiat Panda rubate che venivano trasportate nei territori dell’agrigentino il giorno della rapina.

Secondo quanto emerso dalle indagini che si sono avvalse di  intercettazioni telefoniche ed ambientali, di analisi dei tabulati telefonici, informazioni testimoniali, oltre ai servizi di osservazione e pedinamento, il modus operandi della banda mirava soprattutto al contenimento dei rischi attraverso sopralluoghi scrupolosi eseguiti nei vari istituti di credito con cadenza settimanale. Anche  i contatti telefonici tra basisti e rapinatori erano ridotti al minimo e avvenivano attraverso schede telefoniche riservate e intestate a terzi, per poi interrompersi del tutto nella fase strettamente operativa. 

  


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