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Amianto, dopo il piano regionale in Sicilia è cambiato poco
Legambiente: «Poca informazione non favorisce bonifiche»

Nell'isola dal 2014 esiste una legge regionale che tratta la questione eternit, ma la realtà racconta di un problema ancora da conoscere a partire dalla sua dimensione quantitativa. Gli ambientalisti: «Politica dimostra di non avere a cuore questo tema»

Simone Olivelli

«Questo governo, così come il precedente, non ha tra le proprie priorità la questione amianto». Con solo nove mesi di legislatura davanti, per Nello Musumeci e i partiti di maggioranza - sempre che questa ci sia, considerati i vuoti d'aria che da giorni si registrano tra palazzo d'Orleans e palazzo dei Normanni, complici gli incontri romani del presidente e un rimpasto a oggi soltanto minacciato - le possibilità di fare cambiare idea a Legambiente sono pochissime. Il giudizio arriva a poco più di sei mesi dall'entrata in vigore del piano regionale per la gestione dell'eternit e il contenimento dei rischi per la salute a esso collegati. «La Sicilia ha una legge regionale dal 2014, ma finora è stato fatto pochissimo e questo nonostante le stime a ribasso dicano che nell'isola da fine anni Novanta ci siano stati circa 1600 vittime - dichiara a MeridioNews Tommaso Castronovo di Legambiente - e spiace dirlo ma per ora il piano regionale è rimasto lettera morta».

Il principale problema in Sicilia, quando si parla di amianto, è che in realtà non si sa quanto ce ne sia. «Una mappatura non esiste ancora, nonostante la legge prevedesse in tre anni addirittura lo smaltimento definitivo», continua Castronovo. A fotografare il pericolo dovrebbero essere i singoli Comuni con censimenti puntuali sia per quanto riguarda le strutture pubbliche che gli immobili privati. Infatti, per quanto sia ormai nota la pericolosità delle fibre specialmente allo stato volatile, basta guardarsi attorno per imbattersi in tettoie, cisterne o, non mancano i casi, anche fioriere. «Dai dati che abbiamo sono 133 gli enti locali che si sono dotati di un piano comunale, praticamente un terzo del totale. Ma come se non bastasse, sono appena una trentina quelli che lo hanno redatto in maniera conforme alle linee guida diramate dalla Regione». 

Non avere un piano comunale in regola rappresenta un problema, per il rischio di non accedere a possibili finanziamenti per le bonifiche, ma anche la spia di come la pubblica amministrazione sia impreparata su tutti i livelli. «L'ufficio regionale ha pochissime unità in servizio - prosegue il referente di Legambiente - mentre nei Comuni il personale non è formato, nonostante il piano preveda un impegno in questa direzione». Il documento approvato in estate dalla giunta Musumeci, dopo che nell'autunno 2020 la Cts aveva dato il proprio parere condizionato alla valutazione ambientale strategica, dettava tempi precisi per avviare le fasi propedeutiche alla rimozione. «Ogni previsione temporale è stata disattesa, ma purtroppo c'era da aspettarselo considerato il livello generale di impreparazione - critica Castronovo -. E questo discorso vale anche per le autocertificazioni che ogni persona che si trova ad avere a che fare con manufatti in amianto dovrebbe presentare». Da questo punto di vista, secondo l'associazione ambientalista, la Regione avrebbe peccato in una carenza di comunicazione: «Andrebbe fatta una campagna informativa intanto per far comprendere alle persone i pericoli connessi all'esposizione alle fibre di amianto, ma anche finalizzata a spiegare a tutti i soggetti coinvolti come comportarsi da un punto di vista burocratico».

Oltre alle questioni formali, da tenere in conto c'è anche quella economica. A oggi - ma stando a quanto appreso da MeridioNews alla Regione si sta lavorando a un avviso pubblico riguardante la messa a disposizione di incentivi - i costi ricadono tutti sui cittadini. «E non sono pochi, anche per via delle spese da affrontare per portare fuori dalla Sicilia l'amianto», ricorda Castronovo. Il riferimento va all'assenza nell'isola di siti per lo stoccaggio in sicurezza dell'eternit. Nel piano regionale alcune ipotesi sono state avanzate e riguardano Biancavilla, dove da decenni si fa i conti con i danni causati dall'avere cavato la fluoroedenite dal monte Calvario, e le miniere dismesse dell'entroterra. Possibilità che già a fine 2020 erano state osteggiate dalle popolazioni locali, preoccupate per un possibile ulteriore aggravamento della situazione ambientale nei propri territori. «Dubitiamo che la Regione trovi il coraggio di decidere, ma al contempo da tempo suggeriamo di cambiare visione e lavorare per un'individuazione di più siti, magari all'interno delle stesse discariche esistenti - spiega Castronovo -. Certo è che ogni valutazione lascia il tempo che trova finché non sapremo quanto amianto deve essere smaltito».

L'ultimo pensiero va al momento attuale che, complice i bonus messi a disposizione dal governo per le ristrutturazioni degli edifici, vede il settore edile particolarmente sollecitato. «Sulla carta questi lavori potrebbero anche favorire lo smaltimento dell'amianto, ma al contempo - avverte Castronovo - la nostra preoccupazione è che, in alcuni casi, per via della poca informazione, ciò possa avvenire con procedure non in linea con gli standard di sicurezza che andrebbero seguiti».

MeridioNews è una testata registrata presso il tribunale di Catania n.18/2014
Direttora responsabile: Claudia Campese Editore RMB s.r.l.
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