Tony Drago, a sette anni dalla morte «un segno di speranza» La Corte europea dei diritti umani sta esaminando il ricorso

«La speranza non muore mai, faremo tutto quello che ci è possibile fare per arrivare fino alla verità». Sono passati sette anni, proprio oggi, da quando il militare siracusano Tony Drago è stato trovato morto nel cortile della caserma Sabatini Lancieri di Montebello di Roma. La madre Rosaria Intranuovo e suo marito Alfredo Pappalardo non si sono mai arresi, nemmeno dopo che il giudice per le indagini preliminari ha archiviato il caso come suicidio perché «le zone d’ombra non investigate» sono «oramai di difficile accertamento». 

Nel dicembre del 2019, i familiari hanno fatto ricorso alla Corte europea per i diritti umani che, appena un mese dopo, ha risposto assegnando il numero per la trattazione del caso. Adesso, da Strasburgo è arrivata la richiesta di un documento. «Si tratta della prima consulenza del medico legale Massimo Senati – spiega a MeridioNews l’avvocato Dario Riccioli che assiste i familiari di Drago – Un documento che, in realtà, avevamo già inoltrato alla Cedu ma che abbiamo inviato di nuovo anche adesso con una raccomandata». 

Il procedimento alla Corte europea è alla fase preliminare istruttoria: «Stiamo in attesa che un referente verifichi l’ammissibilità del ricorso e questa richiesta – aggiunge il legale – ci dimostra che, in questo momento, hanno in mano il fascicolo. Superata questa fase, verrà fissata l’udienza camerale per la discussione della fondatezza dell’istanza». Quella firmata dalla madre Rosaria per «imporre allo Stato italiano – come riporta il documento – la riapertura del procedimento penale, in considerazione della chiara violazione dell’articolo sull’equo processo», e condannare l’Italia per la violazione anche dell’articolo 2: «Le autorità nazionali italiane non sono riuscite a proteggere il diritto alla vita di Drago».

«Hanno dipinto Tony con l’onta del debole quando, invece, non è affatto così – dicono i familiari a MeridioNews – Adesso noi confidiamo che la Cedu possa darci soddisfazione e condannare la giustizia italiana malata. Anche se il timore avrà sempre più argomenti, noi perseveriamo nella virtù della speranza». La stessa parola che ha scelto anche Valentina, la sorella di Tony, per ricordare che «gli anniversari non fanno che segnare un solco sempre più profondo di ingiustizia, ma quest’anno è arrivato un segnale di speranza dalla Corte europea dei diritti umani che sta finalmente prendendo in esame tutti i documenti del ricorso». 

Dopo la denuncia presentata dai familiari nell’estate del 2016, nel registro degli indagati vengono iscritti otto militari che, per ordine e grado, avrebbero dovuto impedire la morte del caporale: l’ufficiale comandante di grado superiore Paolo Lorenzi, l’ufficiale di ispezione Giampaolo Torcigliani, il sottoufficiale di picchetto Salvatore Adragna, il sergente di giornata Paolo Esposito, il comandante della guardia Giuseppe Zarbano e i militari addetti al servizio di vigilanza Daniele Marino, Roberto Cucuzza e Simone Lampis, tutti presenti la notte fra il 5 e il 6 luglio 2014 all’interno della caserma Sabatini.

Mosso da una «strana inerzia» della procura dopo l’incidente probatorio in cui periti nominati dal gip avevano escluso l’ipotesi del suicidio, a tre anni dalla morte di Drago, l’avvocato Riccioli aveva chiesto, senza ottenerla, l’avocazione delle indagini al procuratore generale della corte di Appello di Roma. Adesso resta la speranza che a fare chiarezza su questo caso sia la Corte europea per i diritti umani


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