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Uranio impoverito: prima si ammala e poi lo licenziano
«La sentenza che mi dà ragione è chiusa in un cassetto»

Giuseppe Tripoli scopre di avere un linfoma dopo solo due anni che si è arruolato nell'esercito. Inizia a curarsi, ma viene congedato con stipendio sospeso. Da quel momento inizia la sua battaglia perché venga riconosciuto che si è ammalato per il servizio prestato

Silvia Buffa

«Mi hanno distrutto il futuro». Giuseppe Tripoli è un ex militare del 9° reggimento Col. Moschin, la punta di diamante delle forze armate. Quando ne entra a far parte, ormai oltre vent’anni fa, non è certamente per fare «solo il militare di leva». Lui in quel mondo sogna di fare carriera. Avrebbe tutte le carte in regola, se non fosse per il licenziamento improvviso, mentre sta affrontando un trattamento chemio-terapico. È una scure che si abbatte su di lui quando ha da poco scoperto di avere un linfoma di Hodgkin. Da quel momento tutti i suoi sogni professionali vengono di colpo spazzati via, e si ritrova a dover gestire non solo la malattia ma anche una vita che deve necessariamente ripartire da zero. Quel lavoro per lui non tornerà mai più e l’intera carriera in ambito militare gli verrà negata, perché «permanente non idoneo al servizio militare incondizionato» per via di quel tumore, che gli preclude l’accesso a qualsiasi concorso pubblico. Deve inventarsi una strada alternativa, ma vuole che venga almeno riconosciuto che quel tumore è la conseguenza del suo lavoro. «Oltre a essere stato un paracadutista, ero tenuto alla bonifica dei mezzi che rientravano dai teatri operativi, dalle missioni insomma», racconta lui stesso.

Tornavano indietro dal Kosovo, dalla Bosnia, e da altre aree balcaniche. Zone per le quali il pericolo uranio, a detta dell’Ispettorato della Sanità, si conoscerebbe solo dal dicembre 2000. Tripoli presta servizio fino al mese prima. Dopo due anni di quel mestiere, arrivano la diagnosi e il licenziamento. «Mi hanno sospeso lo stipendio, ho fatto enormi sacrifici per curarmi, io sono di Mazara ma mi sono curato al Policlinico San Matteo di Pavia, che è il secondo centro in Europa per la cura dei linfomi». Viaggi e spese continue la fanno da padrone nel suo racconto. Ma dov'è lo Stato nel frattempo? «L’amministrazione se n’è lavata le mani, malgrado disponga di ospedali militari e di cliniche ad hoc destinate al suo personale». Ma Tripoli, per le forze armate, non è più uno di loro. Anzi, oltre a licenziarlo e a negargli assistenza, si oppone con forza alla tesi che la sua patologia sia collegata al servizio prestato. Nega, malgrado i due gradi della giustizia amministrativa dicano il contrario, dando ragione all’ex militare. Quel linfoma c’è per via di quel lavoro. L’ultima sentenza in suo favore viene pronunciata dal Tar Lazio il 21 luglio 2014, un giudizio con cui, inoltre, il ministero della Difesa e il ministero dell'Economia vengono condannati al pagamento di duemila euro per le cosiddette spese di lite in favore dell’ex militare.

Multa a parte, quanto scritto nero su bianco in quella sentenza a suo dire verrebbe, da allora, puntualmente «eluso e ignorato dall'amministrazione», che si ostina a negare ogni beneficio e riconoscimento a Tripoli. La sua è una storia, insomma, fatta di 20 anni di lotta. L’ultima sentenza del Tar restituisce un resoconto dettagliato di quella che è stata la sua, seppur breve, carriera militare, con gli incarichi svolti ancora prima di bonificare i mezzi che erano stati in missione. «Per tre mesi presta servizio per il 57 Battaglione Abruzzi di Sulmona come vedetta nei poligoni di tiro ed è quindi esposto alle polveri del materiale esplodente; segue un periodo di addestramento all’80° reggimento di Roma Cassino che implicava la permanenza in buche e trincee realizzate mediante esplosioni, nonché operazioni di pulizia e smontaggio/rimontaggio di armi con benzene senza le necessarie attrezzature protettive; e ancora, addestramenti nell’uso di esplosivo sospetto “che al detonare sprigionava polvere giallastra tipica del tritolo” in località non meglio precisata della Jugoslavia, operazioni sulle quali l’amministrazione rifiutava di fornire informazioni, respingendo le relative richieste di accesso formulate dal ricorrente invocando il segreto militare - si legge nella sentenza del 2014 -; servizio prestato al 9° reggimento paracadusti Col. Moschin di Livorno per 13 mesi, dal giugno 1999 al luglio 2000, dove ha partecipato ad attività di addestramento con armi e materiali esplosivi, ha effettuato stoccaggio di materiale bellico nella polveriara della Brigata Folgore di Cesina e nel Magazzino delle Casermette (deposito di Bibbona) che asserisce inquinato da uranio impoverito». E la sentenza cita anche «numerose vaccinazioni a cui è stato sottoposto (peraltro senza previo consenso informato)».

Intanto, il 25 novembre 2000 viene congedato. Ad aprile 2002 Tripoli presenta la prima domanda per ottenere «il riconoscimento da causa di servizio e di equo indennizzo». Ma l'8 febbraio 2005 il Comitato di verifica per le cause di servizio respinge la sua domanda escludendo che il linfoma sia stato causato dal servizio prestato, e lui allora impugna il decreto. Ma sarà solo l’inizio di quello che assumerà le sembianze, quasi, di uno strano e paradossale circolo vizioso. All’interno del quale, sostanzialmente, il Comitato non si schioderà mai dal suo parere originario, malgrado le continue integrazioni raccolte da Tripoli a sostegno delle sue richieste. Dai rapporti informativi redatti dai suoi superiori gerarchici (dell’8 aprile e 19 ottobre 2011) alle relazioni tecniche di consulenti esterni. L'amministrazione spiega in propria difesa di aver svolto «un'attività istruttoria particolarmente approfondita» sottolineando che «non vi è prova certa del nesso di causalità tra la patologia in contestazione e il servizio prestato». Ma Tripoli non molla. Prepara una memoria di replica e in maniera ancora più articolata tenta di controdedurre quanto concluso dal Comitato di verifica.

A parlare per lui non sono solo i rapporti informativi dei suoi superiori e le relazioni tecniche, ma anche le relazioni di tre medici. Ma per il Comitato «non si rilevano elementi di valutazione tali da modificare il precedente giudizio espresso», malgrado non contesti la presenza di nanoparticelle di metalli pesanti nei tessuti di Tripoli, ma si limiti ad asserirne l’innocuità. Per il Tar questo non sarebbe altro che un «evidente difetto di motivazione», che non solo non terrebbe conto di quanto prodotto negli anni, tra perizie e relazioni, ma che non darebbe il giusto peso neppure ai numerosi studi e alle ricerche condotte sul tema. Neppure del rapporto del 2001 della Commissione Mandelli, che evidenzia come il numero dei casi di linfoma di Hodgkin per quei militari impiegati in missioni all'estero con esposizione a uranio impoverito sia il triplo rispetto a quelli attesi. E, ancora, le relazioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sul tema, che parlano addirittura di 70mila casi di militari malati, anche tra quelli mai inviati all'estero.

«Nonostante tutto l’amministrazione Previmil e il Comitato di verifica tengono, in un certo senso, la mia sentenza chiusa dentro a un cassetto - si sfoga Tripoli -. Eppure sono ancora qui, non ho perso la fiducia, anzi. La ministra Elisabetta Trenta si è dimostrata molto sensibile e umana, ha incontrato me e altri ex militari personalmente, sta ascoltando caso per caso con le sue orecchie, dicendo pubblicamente che bisogna chiudere ogni contenzioso. Ma l’amministrazione sembra sorda e, anzi, si sta mostrando più ostile, accanendosi con presunzione e arroganza, incapace di accorgersi che dall'altra parte a chiedere un riconoscimento da vent’anni c’è un malato che ha perso tutto. Previmil cambi atteggiamento verso chi ha perso il lavoro per causa loro». 

E il cambio di atteggiamento invocato per anni da Tripoli potrebbe, adesso, realizzarsi davvero. A fine maggio, infatti, il Consiglio di Stato si è espresso rispetto a questo riconoscimento negato all'ex militare, sottolineando come lui «non sia tenuto a dimostrare l’esistenza di un nesso eziologico fra esposizione all’uranio impoverito (o ad altri metalli pesanti) e neoplasia». Come già emerso con le perizie e i pareri raccolti in questi vent'anni. «Il fatto che, allo stato delle conoscenze scientifiche, non sia acclarata l’effettiva valenza patogenetica dell’esposizione all’uranio impoverito non osta, dunque, al diritto alla percezione dell’indennità», precisa ancora il Consiglio di Stato. Una presa di posizione chiara e netta che, almeno in teoria, dovrebbe costringere Previmil e il Comitato di verifica a un doveroso passo indietro.

MeridioNews è una testata registrata presso il tribunale di Catania n.18/2014
Direttora responsabile: Claudia Campese Editore Mediaplan Soc. Coop. Sociale
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