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Mafia, gli omicidi decisi dai boss barcellonesi
Vittime punite perché non rispettavano il clan

L'inchiesta Nemesi della Dda di Messina ha portato a scoprire nuovi coinvolgimenti nei delitti di Giovanni Catalfano, Domenico Tramontana, Stefano Oteri e Santino Bonomo, commessi tra fine anni Novanta e inizio anni Duemila. Guarda il video

Simona Arena

Concorso in omicidio aggravato. Questa l’accusa contestata dalla procura di Messina a Salvatore Micale, Giovanni Rao, Antonino Calderone e Sebastiano Puliafito, quest’ultimo ex agente della polizia penitenziaria. Sono loro i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita dai carabinieri del Ros. È scattata all’alba di oggi l’operazione Nemesi che ha fatto luce su quattro omicidi commessi dalla famiglia mafiosa di Barcellona. Due di questi erano già stati trattati, ma solo oggi grazie alle nuove indagini è stato possibile contestarli a ulteriori indiziati. 

Si tratta dell’omicidio di Giovanni Catalfamo, commesso a Barcellona il 29 settembre del 1998. A essere accusato è Micale in concorso con altri. Catalfamo venne ucciso a colpi d’arma da fuoco da killer, giunti a bordo di una moto rubata, mentre tentava di sottrarsi agli spari rifugiandosi all’interno del complesso residenziale in cui abitava. Micale avrebbe avuto il compito di segnalare agli esecutori materiali il passaggio della vittima, facendo uno squillo sul telefonino, per dare il via al commando. «Prima di ogni delitto viene fatto un briefing con Carmelo D’Amico, durante il quale vengono assegnati i compiti a ciascuno dei partecipanti», ha sottolineato il colonnello dei Ros Antonio Parasiliti. «Centinaia di milioni di lire vengono movimentate nel conto corrente di Catalfamo, introiti incompatibili con l’attività di ambulante - prosegue -. Un chiaro segno che facesse altro. Il movente dell’omicidio sarebbe da ricercarsi nell’intenzione da parte dell’organizzazione mafiosa di inviare un avvertimento inequivocabile a chi esercitava l’attività di usura, attività che non veniva accettata dal sodalizio».

Il secondo omicidio è quello di Domenico Tramontana morto il 4 giugno del 2001. Già trattato nel processo Gotha 6, il gip in quella sede aveva rigettato la richiesta di misura cautelare nei confronti di Rao. «Lui era uno dei vertici - ha chiarito l’aggiunto Vito Di Giorgio -. Veniva subito dopo il boss Gullotti». Con l’operazione Nemesi gli viene contestato l’omicidio in qualità di mandante alla luce delle dichiarazioni dei nuovi collaboratori. «Soprattutto quelle di Aurelio Micale, le sue dichiarazioni sono state decisive per ricostruire questi ultimi omicidi». Tramontana faceva parte del direttivo dell’organizzazione mafiosa barcellonese e la sua uccisione non poteva che essere decretata dei vertici del sodalizio. «È stato ucciso perché troppo intraprendente e voleva espandere i propri profitti - ha chiarito Parasiliti -. Cinque milioni di lire la ricompensa per il killer». 

L'inchiesta odierna è servita anche a individuare anche i colpevoli dell’omicidio di Stefano Oteri, ucciso a colpi d’arma da fuoco la sera del 27 giugno 1998. «Quest’ultimo è un caso di lupara bianca - affermano gli inquirenti -. Era un ex tossicodipendente ed è stato punito perché si muoveva in modo troppo autonomo. Sem Di Salvo, il boss barcellonese più importante insieme a Gullotti, avrebbe incaricato della sua uccisione Carmelo D’Amico che poi si è scelto la squadra». Oteri sarebbe entrato in contrasto con Puliafito e per questo punito.

L’omicidio di Santino Bonomo viene contestato invece ad Antonino Calderone in concorso con altri. La colpa della vittima sarebbe stata quella di avere commesso furti senza essere autorizzato dal clan, mettendo così in crisi il tradizionale controllo del territorio da parte dell’organizzazione mafiosa. Bonomo sarebbe stato attirato in un’area isolata alla periferia di Barcellona con il pretesto di compiere alcuni furti e qui ucciso a colpi di arma da fuoco.

Nel 2014 D’Amico, quando ha cominciato la sua collaborazione con gli inquirenti, ha indicato i luoghi dove i cadaveri venivano occultati. La procura di Messina ha avviato una campagna di scavi, anche se al momento senza successo. «Abbiamo cercato i resti in località pozzo Perla sotto il viadotto dell’autostrada, senza però trovare nulla. L’impegno del mio ufficio - ha spiegato il magistratore - andrà avanti, svolgeremo al massimo la nostra attività per fare luce in modo definitivo sui tanti omicidi commessi. Sono 270 dagli anni ‘80. E di questi 34 di lupara bianca».

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