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Migranti, procura di Catania sequestra cellulari di ong
Si continua a indagare dopo la restituzione della nave

Il provvedimento è stato notificato ai legali dei due indagati. Un fatto che ha suscitato le perplessità degli avvocati. Per due motivi: gli apparecchi erano già in possesso dei magistrati guidati da Carmelo Zuccaro e il numero del procedimento continua a rimanere quello originario. «Anche se il gip ha smontato le accuse»

Simone Olivelli

Tre quattro sette sei. Sono le cifre che, a distanza di quaranta giorni dal sequestro della nave Open Arms - recentemente restituita alla ong spagnola -, continuano a tornare negli atti prodotti dalla procura di Catania. Si tratta del numero del procedimento iscritto dai magistrati guidati da Carmelo Zuccaro in merito all'ipotesi di reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per quanto accaduto a metà marzo nel Mediterraneo, quando i volontari dell'organizzazione non governativa iberica hanno prima resistito alle pressioni delle autorità libiche e poi non hanno chiesto al governo maltese la possibilità di sbarcare sull'isola gli oltre duecento migranti salvati. Decisione che, a detta degli indagati Ana Isabel Montes Mier e Marc Reig Creus, sarebbe stata soltanto frutto delle esperienze passate. A dire il vero sin dal principio i pm titolari dell'inchiesta, Fabio Regolo e Andrea Bonomo, si sono spinti più in là ipotizzando l'associazione a delinquere. La tesi è chiara: l'attività dell'ong sarebbe finalizzata a favorire in maniera continuativa l'ingresso in Italia dei migranti. Tale lettura non ha però trovato spazio nella prima conferma del sequestro da parte del gip di Catania, Nunzio Sarpietro, e successivamente nel pronunciamento con cui il gip di Ragusa - dove l'inchiesta è stata trasferita per competenza territoriale - ha disposto il dissequestro dell'imbarcazione, tornata da poco in mare dopo un mese di sosta forzata nel porto di Pozzallo

Chi credeva però che la partita si fosse chiusa ha dovuto ricredersi: nei giorni scorsi, la procura di Catania ha notificato ai due indagati il decreto di sequestro dei telefonini che già erano stati presi in custodia dalla polizia a metà marzo. Nel provvedimento si specifica la necessità di «sottoporre a ulteriore vincolo probatorio» i due apparecchi, poiché dalla loro analisi «potrebbero emergere contatti, sms, chiamate o documentazione utile alla ricostruzione del contesto associativo». Per i magistrati catanesi, dunque, esistono ancora motivi per proseguire nelle indagini sull'associazione a delinquere. La posizione era già emersa a inizio aprile quando da piazza Verga era arrivata la convocazione per un interrogatorio. Il confronto però non è mai avvenuto, in quanto i legali degli indagati, gli avvocati Alessandro Gamberini e Rosa Emanuela Lo Faro, da subito hanno fatto presente l'indisponibilità dei propri assistiti a sottoporsi a un interrogatorio davanti a magistrati non competenti sui fatti contestati. Di tutt'altro avviso sono i pm che, facendo riferimento a un passaggio del pronunciamento del gip Sarpietro, in cui si sottolinea che quella dell'associazione a delinquere è una pista che può meritare approfondimenti, hanno fatto capire di volere andare avanti. 

Così ecco la nuova mossa. Un decreto di sequestro che ha lasciato perplessi una volta di più i legali di Montes Mier e Reig Creus, che già nelle settimane scorse hanno fatto riferimento a un presunto accanimento da parte di Zuccaro. E tra i motivi che hanno suscitato lo stupore degli avvocati c'è proprio il numero del procedimento: 3476/18. «Ancora una volta ci saremmo aspettati che la procura di Catania aprisse un nuovo fascicolo d'indagine - commenta Lo Faro -. Se ci sembrava logico che ciò avvenisse nel momento in cui le carte sono passate a Ragusa, con l'accusa di associazione a delinquere che non è stata considerata dal gip, sarebbe dovuto esserlo ancora di più adesso che il gip di Ragusa ha addirittura ordinato il dissequestro». La legale del comandante della Open Arms ammette poi che il disorientamento deriva anche dalla seconda notifica del sequestro. «I telefoni erano stati presi a marzo e nei giorni scorsi ne avevamo chiesto la restituzione al pm di Ragusa, che però ci ha fatto presente che gli apparecchi non erano lì - racconta La Rosa -. Poco dopo, senza che noi avessimo fatto alcuna istanza, da Catania ci arriva questa comunicazione». Adesso gli avvocati rimangono in attesa di conoscere le prossime mosse dei pm etnei. «Hanno specificato di volere una perizia sui telefoni, ci aspettiamo di essere convocati nel momento in cui verranno aperti. Perché altrimenti è chiaro che - conclude Lo Faro - qualsiasi cosa emergesse non potrebbe mai essere portata a dibattimento». 

MeridioNews è una testata registrata presso il tribunale di Catania n.18/2014
Direttora responsabile: Claudia Campese Editore RMB s.r.l.
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