Articolo 36 dello Statuto, le stime ufficiali: 2 miliardi intascati da Roma nel 2012

Quanto vale esattamente il secondo comma dell’articolo 36 dello Statuto siciliano?  A questa domanda hanno risposto ufficialmente il Dipartimento Bilancio e Tesoro e la Ragioneria generale della Regione sicliana in un documento inviato all’Assemblea regionale siciliana che siamo in grado di mostrarvi.

I conti si sono resi necessari dopo l’approvazione del disegno di legge che modifica l”articolo in questione, lo scorso 11 Febbraio. Tecnicamente si tratta di una legge voto da proporre al Parlamento nazionale, in virtù del fatto che lo Statuto è parte integrante della Costituzione, e quindi per modificarlo serve una legge costituzionale.

La proposta di modifica, appoggiata all’unanimità dall’Assemblea regionale siciliana e portata in Aula dal deputato Michele Cimino, prevede che le imposte di produzione, in atto riservate allo Stato, vengano attribuite alla Regione siciliana.

Parliamo, secondo le stime ufficiali della Regione, di quasi 2 miliardi di euro, per il 2012,  come si può vedere nella tabella riportata in calce. La  voce più consistente è quella delle accise sui prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi, che da sole valgono 1, 6 miliardi, in aumento rispetto al 2011 quando il loro valore era di 1,3 miliardi.

Un bel gruzzoletto che il Governo centrale intasca da oltre 60 anni, lasciando alla Sicilia solo la devastazione della lavorazione dei prodotto energetici, petrolio in primis.

“E’ una questione di dignità per il nostro territorio- ha commentato Cimino- non è possibile che a Roma vadano i profitti e alla Sicilia solo l’inquinamento. Ovvio che per superare lo scoglio del Parlamento nazionale serve un impegno compatto dei nostri parlamentari eletti a Montecitorio”.

Da ricordare che lo Statuto siciliano è stato applicato solo nelle parti che hanno fatto più comodo ai Governi romani e ai loro servi siciliani. Puntualissima, finora, è stata, per l’appunto, l’applicazione del secondo comma dell’articolo 36 che  riserva allo Stato le imposte di produzione e le entrate dei monopoli del tabacco e del lotto.

 Nulla da fare invece per l’articolo 37, secondo cui le imprese che hanno stabilimenti produttivi in Sicilia, ma sede legale altrove, devono pagare qui le imposte. Se applicato correttamente (e non con le truffe recentemente proposte) questo articolo porterebbe nelle casse siciliane una somma stimata in non meno di 5 miliardi l’anno.

La musica è sempre la stessa: quando si tratta di incassare, il Governo nazionale riconosce valenza costituzionale allo Statuto siciliano, e lo applica. Quando ad incassare dovrebbe essere la Sicilia, lo Statuto non vale più.

“Veramente molto strano pensare che il nostro Statuto, per tanti articoli, non è mai stato attuato, come l’aticolo 37 e 38, mentre per il comma 2 dell’articolo 36, che riserva le imposte dei siciliani nel bilancio dello Stato ha trovato, negli anni, sempre pienissima  applicazione” ha sottolineato Cimino in Aula. 

Una storia (di incostituzionalità ‘a convenienza’) che va avanti da più di 60 anni.

 

 

 

 

 


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