Gli affari della droga in Spagna e l’ombra di Messina Denaro: «Si è immischiato il secco»

Un conto corrente ad Andorra, con circa 1 milione e mezzo di euro depositati, e diversi altri in Lussemburgo. Ma anche una montagna di soldi utilizzati negli anni per acquistare immobili in Spagna. Un tesoro immenso, riconducibile alla 62enne Maria Antonina Bruno. Pensionata, con un reddito annuo dichiarato di appena 2600 euro, ufficialmente domiciliata a Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, ma di fatto residente insieme al figlio 43enne Luca a Marbella, celebre località balneare spagnola della costa del Sol, famosa per le sue spiagge dorate. Ma come ha fatto questa donna ad accumulare un tesoro del genere?

Dall’hashish ai milioni: la rete finanziaria dei Tamburello

Nell’estate 2023 gli investigatori sono partiti da questa semplice domanda per risalire alla figura di Giacomo Tamburello, ex marito di Maria Antonina Bruno ma soprattutto tra i più noti narcotrafficanti di hashish del panorama criminale europeo, già a partire dall’inizio degli anni ’80. Una carriera decennale costruita tra Spagna e Marocco ma partita da Campobello di Mazara, insieme al fratello Paolino, deceduto in un incidente stradale avvenuto nel 1987. Dietro i nomi della pensionata, del figlio Luca Tamburello e dell’ex marito della donna – tutti finiti in carcere – ruota l’operazione della guardia di finanza sugli investimenti di Cosa nostra trapanese e sui presunti affari che porterebbero a Matteo Messina Denaro.

Determinante per la gestione del patrimonio illecito accumulato da Tamburello sarebbe stato il figlio Luca. L’uomo, acquisite le necessarie competenze grazie a una laurea in discipline bancarie e finanziarie e all’esperienza in istituti di credito internazionali, si sarebbe occupato di distrarre i soldi della droga grazie a una fitta rete di società e conti correnti a livello internazionale, spesso in paradisi fiscali. Nel corso degli anni attraverso società costituite a Malaga, Isole Cayman, Gibilterra, Panama sono state depositate consistenti quantità di denaro presso istituti di credito spagnoli nonché acquistati una pluralità di immobili a Marbella.

Una delle più recenti casseforti finanziarie della famiglia Tamburello sarebbe stata la società Cinzano Ltd, costituita nel 2011 alle Cayman e amministrata dalla pensionata 62enne insieme al figlio Luca. Ed è proprio attraverso questa società che gli inquirenti hanno individuato una rilevante partecipazione, pari a 79 milioni di euro, nella banca libanese I.B.L. La Cinzano Ltd sarebbe stato il motore finanziario anche per quanto riguarda l’acquisto di oro, per un ammontare di 12 chili e 163 once, per un valore superiore a 2 milioni di euro.

Le confessioni dei collaboratori di giustizia e l’ombra del secco

Per tratteggiare profili criminali e affari i magistrati della procura di Palermo si sono affidati alle confessioni di due collaboratori di giustizia. Uno di loro, secondo quanto emerge nelle carte dell’inchiesta, è Giuseppe Bruno, figlio del costruttore Francesco, ritenuto attiguo al mandamento mafioso di Bagheria. Attualmente detenuto in Brasile, Giuseppe Bruno ha iniziato a collaborare da giugno dello scorso anno.

A collegare Matteo Messina Denaro agli affari della droga di Tamburello è anche Vincenzo Spezia, storico esponente della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, arrestato mentre era latitante in Venezuela nel 2003 e poi estradato in Italia quattro anni dopo. «Cazzitieddu (soprannome con il quale il collaboratore identifica Giacomo Tamburello, ndr) all’epoca iniziò con suo fratello che è morto in Spagna in un incidente. Loro avevano un negozio giù al paese, però lavoravano con l’hashish», racconta Spezia a verbale. «Quando gli hanno spiccato il mandato sono andati latitanti in Spagna tutti e due fratelli – continua – e hanno aperto sulla Costa del Sole alcune gelaterie. Però lavoravano pure con l’hashish, tonnellate dal Marocco».

Gli affari nella droga di Messina Denaro

Affari che almeno in un primo momento non sarebbero stati collegati a Cosa nostra. Successivamente, però, «quando incominciarono a muovere i soldi – spiega – si è immischiato il secco, Matteo (Messina Denaro, ndr). Lui era socio da tutte le parti». Un dettaglio di assoluta rilevanza che, sostiene il collaboratore, gli sarebbe stato rivelato dallo stesso Matteo Messina Denaro, mentre insieme, nel 1982, si trovavano in un hotel di Sciacca frequentato da alcune ragazze straniere.

«Lui all’epoca era un killer di Cosa nostra e parlando gli ho detto di essere ritornato dalla Spagna, dove ero stato da Cazzitieddu – racconta ai pm – “Ah che mi dici?” – avrebbe replicato il futuro boss -. “Questi qua mi hanno dato il 10 per cento degli introiti“». Dettagli che poi, sostiene l’uomo, gli avrebbero confermato anche altre persone. «Il traffico di hashish – aggiunge – passava dal Marocco alla Spagna e poi a Brescia e da lì veniva smerciata in tutta Italia».
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